Monday, September 17, 2007

Marocco, libertà ancora lontana


Mentre le elezioni che si sono appena tenute dovrebbero dimostrare il livello di sviluppo democratico del Marocco, la libertà di stampa è messa in discussione da alcuni recenti provvedimenti. Il direttore e uno dei redattori del settimanale 'Al Watan Al An' sono stati condannati per aver pubblicato notizie riservate sul piano antiterrorismo del governo e Ahmed Benchemsi, il direttore dei giornali 'TelQuel' e 'Nichane', è sotto processo per un editoriale che criticava il re e che è stato considerato “offensivo”. Dall’ascesa al trono di re Mohammed VI, nel 1999, bene 34 testate sono state censurate e 20 giornalisti sono stati condannati a pene detentive. In questo clima surriscaldato, non manca un aspetto che può far sorridere: se Benchemsi è sotto processo è perché gli viene rimproverato, come scrive lui stesso, non tanto il contenuto del suo articolo, quanto il fatto che si rivolgesse al re in “darija”, l’arabo parlato in Marocco, considerato lingua nazionale da alcuni e un dialetto volgare da altri. Mélange di parole spagnole, portoghesi, francesi e berbere, oltre che arabe, il marocchino è la lingua del popolo e quella in cui è scritto il giornale 'Nichane', mentre l’arabo classico è preferito dalle élite e considerato un elemento unificatore del mondo musulmano. Benchemsi, difendendosi dalle accuse, sottolinea che i testi del governo sono scritti in arabo classico, mentre “il solo documento ufficiale in marocchino resta, fino ad oggi… il Codice della strada!” E commenta: “Lo Stato sostiene la propaganda ufficiale che vuole assimilarci, volenti o nolenti, agli Arabi mediorientali, ma quando si tratta di questioni di vita o di morte (al volante) non si scherza più: bisogna comunicare nella lingua del popolo, la sola che si comprenda chiaramente”.

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