Thursday, June 28, 2007

Ricordando Oriana

«Quando la incontrai ero incinta e lei non faceva che ripetermi che avevo fatto una cosa straordinaria a diventare mamma e che per questo mi ammirava. Dopo l'arrivo al mondo di mio figlio Darius John, lei gli spedì un bel regalo e incominciò a impartirmi lezioni su come essere una buona madre, perché secondo lei ciò era altrettanto importante che essere una brava giornalista. Credo che fosse molto invidiosa della mia famiglia e abbia rimpianto enormemente il non aver mai avuto figli». Parla Christiane Amanpour, la giornalista anglo- iraniana che venerdì 29 giugno parteciperà a una giornata di studio in onore di Oriana Fallaci, presso la New York Public Library. Uno dei due appuntamenti della manifestazione «Oriana Fallaci e l'America». Corriere.it

Tuesday, June 26, 2007

Giornalista morto nelle Filippine

Un giornalista della radio di Stato filippina è stato ucciso oggi da ignoti nella più meridionale delle isole Filippine, quella di Tawi Tawi. Lo riferiscono fonti locali, precisando che Vincent Sumalpong, giornalista dell’emittente radiofonica governativa Radyo ng Bayan (la radio del popolo) è stato ucciso da ignoti nella città di Bongao, capoluogo della provincia. Secondo la ricostruzione fornita dalla polizia, il giornalista sarebbe stato bersaglio dei colpi di un sicario mentre era a bordo di una moto con un suo collega, Vema Antham, rimasto ferito nell’agguato. Secondo Antham, ferito a un ginocchio, i sicari erano più di uno. Ignote al momento le ragioni dell’omicidio e la polizia ha detto di aver avviato indagini a tutto todno, prendendo in esame sia l’attività lavorativa di Sumalpong che la sua vita privata. Sumalpong è il terzo giornalista ucciso nelle Filippine dall’inizio dell’anno, ricorda oggi il locale sindacato dei giornalisti, aggiungendo che dal gennaio 2001 (da quando cioè è salita al potere la presidente Gloria Macapagal Arroyo) 52 reporter sono morti assassinati.

Uccisa un'altra reporter irachena

Una giornalista irachena di 35 anni e' stata uccisa mentre si recava al lavoro a Mosul, secondo quanto appreso da fonti della polizia. Zeena Shakir Mahmoud e' stata colpita nel pomeriggio di ieri nel quartiere a maggioranza sunnita di Intisar, nella zona orientale di Mosul, ha riferito il generale Abdul-Karim al-Joubouri. Ex-giornalista radiofonica, Zeena Shakir Mahmoud lavorava per il giornale Al-Haqiqa, un organo del Partito democratico del Curdistan, secondo quanto ha riferito Abdul-Ghani Ali Yahya, responsabile del sindacato dei giornalisti del Curdistan. La donna era di religione sunnita.

Il video choc di Johnston


Arrivano le prime proteste dalla Gran Bretagna per il video rilasciato dai rapitori di Alan Johnston, in cui il giornalista della Bbc viene mostrato con indosso una cintura esplosiva come quelle utilizzate dai kamikaze. Il sito del quotidiano britannico 'The Guardian' rende noto che il Foreign Office ha duramente condannato il video, diffuso dall'Esercitodell'Islam.

Picchiata giornalista ungherese antimafia


Una giornalista ungherese e' stata brutalmente pestata da sconosciuti e ridotta in fin di vita in ospedale. Lo riferiscono i media locali. La donna, Iren Karman, indagava sui traffici della mafia nel settore petrolifero ed e' stata trovata la notte scorsa da un pescatore legata su una riva del Danubio a Budapest. Adesso, secondo quanto confermato dalla polizia, e' ricoverata in fin di vita in un ospedale della capitale e date le sue condizioni non puo' essere interrogata. Oltre alla polizia anche i servizi segreti hanno avviato indagini. Qualche anno fa la giornalista aveva pubblicato un libro sui ''traffici illeciti della mafia del petrolio'' ungherese negli anni '90. Gam

Hamid Mir minacciato di morte


"Sono un uomo fortunato" sostiene Hamid Mir con amarezza, "fortunato perchè ancora vivo. Per quanto ancora non so...ma oggi sono ancora vivo". Hamid Mir ha dovuto lasciare in fretta Islamabad insieme alla sua famiglia, dove svolgeva il suo lavoro alla GeoTv pakistana come inviato e conduttore della trasmissione di approfondimento politico 'Capital Talk' dopo le numerose minacce di morte ricevute nei giorni scorsi. "E' passato poco più di un anno da quel tragico 19 giugno 2006 quando venne ritrovato ucciso il mio collega e carissimo amico Hayatullah Khan tra le pietre di un villaggio del Waziristan (un territorio tribale non lontano dal confine con l'Afghanistan), i suoi polsi portavano ancora le manette e al centro della fronte un evidente segno di una pallottola. Un'autentica esecuzione. La barba lunga e trascurata, i vestiti laceri mi hanno fatto capire che Khan venne a lungo torturato prima di essere ucciso. Hayatullah Khan venne rapito il 5 dicembre 2005 e non si seppe più nulla di lui fino al ritrovamento del suo corpo un anno fa." "La 'colpa' di Khan era quella" - sostiene Hamid Mir - "di aver lavorato con me alla realizzazione di un reportage su una strage di civili compiuta dall'esercito pakistano e dagli uomini dell'ISI (i servizi segreti di Karachi) nella regione del Waziristan. Le autorità pakistane ci avevavo minacciato più volte mettendoci in guardia dal diffondere il nostro reportage che dimostrava come fosse lampante la responsabilità dei militari e dell'intelligence pakistana in quella odiosa strage di civili compiuta durante un'operazione antiterrorismo." "Non esitammo a definire 'terroristi' gli ufficiali che ordinarono la strage" continua Hamid Mir "e questo costò la vita a Hayatullah Khan, sequestrato, torturato e ucciso da sicari di quelle stesse autorità che erano dietro la morte di quei civili, anche se il rapimento venne attribuito a semplici banditi di strada. Ma io so che non è andata così... Già nei giorni immediatamente successivi alla messa in onda del reportage Khan venne minacciato di essere ucciso se non avesse abbandonato la professione di giornalista e chiedesse pubblicamente 'scusa'. Ma Khan, coraggiosamente, rifiutò di piegarsi alle minacce."

E ora di nuovo quelle stesse minacce di morte che hanno portato alla morte di Hayatullah Khan tornano a colpire Hamid Mir, giovane e brillante giornalista pakistano, 41 anni, scrittore e reporter di grande valore e cultura. L'unico reporter al mondo ad aver intervistato tre volte Osama bin-Laden, e l'ultima intervista allo sceicco saudita realizzata dopo l'11 settembre è universalmente considerato il più grande scoop giornalistico degli ultimi sei anni. "Non possono impedirmi - nessuno può farlo - di fare il giornalista, ora certo sono costretto a vivere in condizioni di altissima vigilanza e mettermi in salvo con la mia famiglia. Una scelta obbligata quella di proteggere i miei familiari. Sono felice e fiero di avere una famiglia eccezionale composta da mia moglie e dai miei due figli ancora adolescenti che mi hanno sempre sostenuto in questi difficilissimi anni di lavoro tra Pakistan e Afghanistan. Io stesso appartengo a una famiglia di giornalisti, mio padre Waris era un columnist e un professore di giornalismo all'Università del Punjab, a Lahore. I miei due fratelli e anche mia moglie sono giornalisti....Nessuno potrà impedirmi di fare il giornalista. Dovranno uccidermi per impedirmelo.." "La situazione attuale in Pakistan è gravissima e mi aspetto gravi incidenti e un'ondata di attentati durante il mese di luglio, oltre che un ulteriore limitazione della libertà di stampa. La televisione per la quale lavoro è stata assaltata e parzialmente distrutta dalle forze speciali dell'esercito pakistano, le minacce di morte contro di me e contro la mia famiglia hanno ormai superato il livello di guardia, è stato impedito a me e ai miei collaboratori di entrare in Parlamento, il mio programma televisivo di approfondimento politico 'Capital Talk' è stato limitato nelle durata e nei giorni di emissione, oltre che essere sottoposto a un'isopportabile censura preventiva... Ormai non mi restava altro dare che portare in salvo la mia famiglia e sperare nella protezione di Dio..."

Prima di salutare Hamid, manifestandogli tutta la mia solidarietà e impegnandomi a difenderlo in ogni contesto gli pongo due domande: Sapresti dire dove si trova ora Osama bin-Laden? "Osama vive lungo il confine tra Pakistan e e Afghanistan. Io non ho contatti diretti con lui, né con suoi intermediari. Ma se mai volesse parlare con me saprebbe bene dove e come trovarmi..." E' vero che hai pronto, ma ancora nel cassetto, un altro dei tuoi 'scoop' su Osama? "Beh...diciamo che ho finito di raccogliere materiale eccezionale e inedito e di scrivere la biografia completa di bin-Laden dal 2001 a oggi... Ora non mi resta che trovare un editore per fare uscire il libro il prima possibile..." Roberto di Nunzio Un giornalista coraggioso

Wednesday, June 13, 2007

La falsa libertà di stampa in Algeria

Algeri - Il meccanismo è il solito, come in tutto il Maghreb. Se arrivi ad Algeri con la telecamera ti accoglie un funzionario gentile e la impacchetta. “Nessun problema, basta chiedere l’autorizzazione”. Il giorno dopo vai allora al ministero dell’informazione (o della comunicazione, come si chiama qui) e devi riempire una miriade di fogli, nonostante i venti giorni attesi in Italia per avere il visto da giornalista. Naturalmente le risposte devono essere appropriate. Scopo del viaggio? Guai a dire, che so, terrorismo. Va benissimo scrivere “elezioni” così si sentono tutti più tranquilli. Passano un paio di giorni, se va bene, e ti restituiscono la telecamera con regalino però: quattro angeli custodi al seguito. Anche loro sorridono: “E’ per la vostra sicurezza” dicono. E intanto non ti mollano un attimo, neppure se vai in farmacia. L’età porta pure l’esperienza così sai come tranquillizzarli. La prima tappa è al quartier generale del Fronte di Liberazione Nazionale, cioè il partito del presidente, che governa da quarantacinque anni, altro che Dc. Da quando annullarono con un colpo di mano i risultati delle elezioni che avevano sancito la vittoria degli islamici del Fis. Naturalmente anche in questa occasione la coalizione che appoggia Bouteflika ha stravinto, ottenendo 249 seggi su 389 e viene spontanea la domanda: ma è un trionfo meritato oppure un consenso blindato? Insomma, la democrazia a che punto sta in Algeria? La domanda è rivolta naturalmente ai colleghi che incontro nella sala stampa elettorale. Prima di rispondere chiedono l’anonimato e già questo è un brutto segno. “Se leggi i giornali – ci dice un collega anziano – hai l’impressione di una grande libertà perché ci sono quotidiani che attaccano, anche pesantemente, il presidente. Ma è una tattica precisa. Bouteflika usa quegli attacchi come cavallo di Troia, dà l’idea di una grande apertura e invece è solo un’illusione perchè sa bene che in Algeria tutti hanno una televisione ma pochissimi comprano i giornali. Lo stesso vale per Internet, assai poco diffuso. Il presidente sa insomma che l’opinione pubblica è condizionata solo dalla televisione e dalla radio e allora lì arriva la mannaia, nessuno si può permettere un dissenso aperto”. E comunque, spiega ancora, la carta stampata vive di pubblicità e questa è per il novanta per cento di provenienza statale, come gli stabilimenti tipografici per stampare. Se qualcuno alza troppo il tiro, basta presentargli la fattura per farlo tacere. E se neanche il ricatto economico ci riesce, allora arriva la galera. La riforma del codice penale algerino del 2001 ha infatti introdotto pesanti ammende e pene detentive per diffamazione ai danni del presidente, del parlamento e di ogni altra istituzione pubblica. Attualmente sono in corso numerosi procedimenti penali per reati a mezzo stampa contro giornalisti di quotidiani privati francofoni, principalmente Le Matin, Liberté, Le Soir d'Algérie e El Watan. Dieci sono i giornalisti algerini attualmente in carcere: Farid Alilat, Fouad Boughanem, Hakim Laâlam, Abla Chérif, Hassane Zerrouky, Youssef Rezzoug, Yasmine Ferroukhi, Hafnaoui Ghoul, Ahmed Benaoum, direttore del gruppo editoriale Er-raï Elâm, e Mohamed Benchicou, direttore del giornale Le Matin, condannato a due anni di detenzione di rigore per aver violato la legge che disciplina il controllo dei cambi e i movimenti di capitali. La sua domanda di liberazione per ragioni di salute è stata respinta dalla magistratura algerina malgrado il netto aggravamento delle sue condizioni. Tornando a Roma, incontro all’aeroporto Giuliana Sgrena. Mi racconta di un solo angelo custode contro i miei quattro. Certo, non lavora per la televisione. Mette meno paura. Articolo21

Per ricordare Zakia Zaki


Grazie all’associazione AINA, un documentario che presenta il talento e il coraggio della giornalista Zakia Zaki, è disponibile su You Tube. La Zaki da sei anni dirigeva la radio privata locale 'Radio Pace'. E' stata uccisa nella sua abitazione l'8 giugno. You Tube

Da sei anni a Guantanamo


Il cameraman sudanese di Al-Jazira, Sami Al-Haj, è entrato oggi nel sesto anno di detenzione nella base militare americana di Guantanamo, senza capi di accusa e senza essere stato processato. Reporters sans frontières, che ha incontrato la famiglia del giornalista in Sudan, lo scorso 19 marzo, sottolinea nuovamente che questa detenzione è incostituzionale e contraria al diritto internazionale. L’organizzazione auspica la chiusura della base di Guantanamo, uno dei peggiori scandali giuridici ed umanitari degli ultimi anni. "Come osa il governo degli Stati Uniti dare lezioni in materia di diritti umani quando i suoi stessi rappresentanti non li rispettano? A due riprese, la Corte suprema ha definito “incostituzionale” la detenzione dei presunti “nemici combattenti” a Guantanamo. Lo scorso 7 giugno, il Comitato giudiziario del Senato americano si è pronunciato in favore del ripristino del diritto all'Habeas Corpus, da applicare a questi prigionieri: questo comporterebbe la loro comparizione davanti a delle giurisdizioni civili e non militari. Infine, lo scorso 11 giugno, una corte di appello federale, mentre esaminava il caso di un individuo detenuto nella Carolina del Sud, ha ricordato che il Presidente non ha il potere di esigere dall’esercito l’arresto e la detenzione indefinita dei prigionieri. I testi e la giurisprudenza impongono oggi la liberazione di Sami Al-Haj", ha dichiarato Reporters sans frontières. Assistente cameraman dell’emittente satellitare araba Al-Jazira, padre di un bambino, Sami Al-Haj è stato arrestato nel dicembre 2001 alla frontiera tra l'Afghanistan e il Pakistan dalle forze di sicurezza pachistane. Accusato senza prove di essere affiliato ad Al-Qaïda, il giornalista è stato consegnato, il 7 giugno 2002, all’esercito americano che, il 13 giugno dello stesso anno, l’ha trasferito a Guantanamo. Nessun capo di accusa è stato formulato nei sui confronti dal giorno del suo arresto. Secondo quanto ci riferisce il suo avvocato, Clive Stafford-Smith - che in passato è stato minacciato dalle autorità della base militare -, il giornalista ha cercato di far valere i suoi diritti e ha iniziato uno sciopero della fame nel mese di gennaio 2007 ( comunicato del 6 marzo 2007) ma è stato costretto ad interromperlo, obbligato a mangiare dalle sue guardie carcerarie.

Palestina: attaccate televisioni

Guardie presidenziali palestinesi, fedeli al presidente Abu Mazen, hanno attaccato oggi la filiale di al Aqsa Television, emittente televisiva controllata da Hamas a Ramallah, in Cisgiordania, rapendone i lavoratori. Ramallah era rimasta sino ad ora abbastanza calma, nonostante gli scontri tra Hamas e Fatah abbiano ucciso, secondo alcune stime, circa 600 persone, soprattutto a Gaza, da quando Hamas ha vinto le elezioni parlamentari, nel gennaio del 2006. A Ramallah, in Cisgiordania, hanno sede gli uffici presidenziali di Abbas e di Fatah, mentre il primo Ministro Ismail Haniyeh, di Hamas, ha residenza a Gaza, dove si trova anche la sede principale dell'emittente al-Aqsa Television.

Wednesday, June 06, 2007

Assassinata un'altra giornalista afghana

Una giornalista afghana è stata assassinata oggi a colpi di arma da fuoco nel nord della capitale Kabul, a meno di una settimana di distanza dall'uccisione di una conduttrice televisiva.Zakia Zaki, che era anche preside di una scuola nella provincia di Parwan, dirigeva una radio privata fondata con l'aiuto di finanziamenti occidentali.La donna, 35 anni, sposata, è stata uccisa nella sua casa nella notte di ieri.L'associazione indipendente di giornalisti afghani dice che Zaki era stata recentemente minacciata di morte da alcuni leader locali che volevano la chiusura della radio.Le autorità hanno detto di aver aperto un'inchiesta per scoprire chi ha ucciso Zaki, considerata una giornalista coraggiosa e schietta.L'episodio arriva a pochi giorni dall'assassinio di Sanga Amach, una conduttrice di notiziari di una televisione privata, uccisa nella sua casa di Kabul lo scorso venerdì.I media indipendenti sono fioriti in Afghanistan dopo la caduta dei talebani nel 2001, quando decine di imprenditori privati hanno fondato radio e televisioni.Molti di questi canali trasmettono soprattutto programmi di intrattenimento, talvolta criticati per i loro contenuti, considerati troppo moderni in una nazione profondamente conservatrice. Reuters

Sunday, June 03, 2007

Raccontare il dolore

"Perché Pino Scaccia, uno dei più autorevoli e impegnati inviati di guerra, è costretto a fare corrispondenze di cronaca nera per il Tg1?" La meringa

Questo è il post che Annachiara sul suo simpatico blog ha dedicato molto generosamente al gabbiano. Ringrazio dell'attenzione, e della stima, ma è evidente che c'è un pò di confusione sul ruolo e sui compiti di un reporter. Il titolo addirittura grida "Tg1 vergogna" come se l'avermi affidato i reportage da Marsciano, per raccontare una storia importante e triste di questa nostra Italia, fosse considerata una punizione. Come se fosse un titolo di merito, addirittura una promozione, il mandarmi dove si rischia la vita. Personalmente ho sempre rifiutato l'etichetta di inviato di guerra perchè non esiste, è stata inventata dall'immaginifico popolare. Allineandomi al grande Enzo Biagi, io mi sento solo, semplicemente un cronista. Che va dove lo porta la notizia. Se poi gli eventi negli ultimi anni sono stati spesso disgraziamente legati alle guerre è solo una rovina per l'umanità. Il mio mestiere è di raccontare e nella mia (purtroppo) lunga carriera ho seguito di tutto: dal terrorismo alla mafia, dai terremoti ai sequestri, dallo tsunami al g8, dai grandi misteri alle storie drammatiche. Possibile che per essere considerati bravi, bontà vostra, bisogna solo infilarsi in posti dove sfiori la morte? Ed ecco perchè si parla frequentemente male dei giornalisti, perchè neppure si sa che mestiere fanno. Vorrei chiarire che seguire vicende come quella di Marsciano è molto più difficile e impegnativo, credetemi, di una trasferta a New York per l'11 settembre. Parlare di storia è semplice, parlare delle persone è molto più complicato. E doloroso.

Friday, June 01, 2007

Iraq, altri quattro reporter massacrati

Mahmoud Hassib Al-Kassab, caporedattore del settimanale 'Al-Hawadith', è stato ucciso il 28 maggio a colpi di arma da fuoco davanti al suo domicilio nella città di Kirkouk (250 km a nord di Baghdad). Il giornalista militava anche nell'Inkad Al-Tourkman, movimento di salvaguarda dell'etnia turcomanna. Lo stesso giornalista era rimasto ferito uu mese e mezzo prima in un tentativo di omicidio. Due giorni prima nella stessa città era stato rinvenuto il corpo di Aidan Abdallah Al-Jamiji, responsabile della sezione in lingua turkmena della televisione di Kirkouk e musicista famoso. Ad Amariyah, vicino a Fallujah, uomini armati si sono introdotti, il 29 maggio, mell'abitazione di Abdel-Rahmane Al-Issaoui, 34 anni, collaboratore di molti media e insegnante di giornalismo all'università di Baghdad e hanno perpetrato una strage. Il giornalista e sette familiari della sua famiglia (moglie, figlio, padre, madre e altri tre familiari) sono stati uccisi. Il 30 maggio davanti a un hotel della città di Amara (365 a sud della capitale) tre uomini armati a bordo di una camionetta hanno sparato su un gruppo di giornalisti che partecipavano a una conferenza. Nizar Al-Radhi, 38 anni, dell'agenzia di stampa federale indipendente Aswat Al-Irak (Le voci dell’Iraq) e corrispondente dal 2006 di Radio Free Iraq, muore sul colpo. Altri suoi colleghi sono rimasti feriti. Salgono a 30 gli operatori dei media uccisi nel paese dall'inizio del 2007

Alan in video: "Sto bene"


Dopo un lungo silenzio è stato diffuso un video di Alan Johnston, il reporter della Bbc rapito a Gaza lo scorso 12 marzo. Il video è stato diffuso dal gruppo «Esercito dell'Islam». «Prima di tutto, i miei sequestratori mi trattano molto bene», assicura il giornalista scozzese nel filmato, realizzato da un gruppo estremistico auto-proclamatosi Esercito dell'Islam, lo stesso che ne aveva rivendicato la cattura. Per il rilascio dell'ostaggio, nella registrazione i rapitori rinnovano alle autorità di Londra la richiesta di scarcerare i musulmani detenuti nel Regno Unito, e in particolare il religioso fondamentalista Abu Qatada. Video

Filippine, ucciso fotoreporter

Dodie Nunez, fotoreporter che lavorava per il giornale regionale 'Katapat' è stato ucciso mentre stava tornando a casa in autobus nella provincia di Cavite (sud di Manila). Tre uomini hanno fermato il bus e hanno assassinato Nunez sparandogli ripetutamente. L'omicidio è legato alla appena conclusa campagna elettorale che ha visto candidato anche il direttore del giornale, che aveva pubblicato feroci critiche che denunciavano la corruzione dell'attuale governatore della provincia. Nel novembre 2005 un altro giornalista di 'Katapat', Roberto Ramos, era stato ucciso da killer rimasti, al solito, sconosciuti.