“E’ stata una decisione sofferta ma giusta. Dovevamo esprimere la nostra solidarieta’ con i colleghi arrestati. Pensi che in Egitto, ancora oggi, un giornalista puo’ finire in carcere sulla base di 18 articoli del codice penale”. Mahmud Bakri e’ il vice-direttore di “Al-Osbo’a”, uno dei 22 giornali indipendenti che domenica 7 ottobre hanno deciso, tutti insieme, di non uscire per protesta. “Liberta’ per la stampa e per i giornalisti”: listati a lutto per un giorno anche i loro siti Internet. Una decisione senza precedenti, e certamente molto coraggiosa, in un Paese dove, per aver scritto che “il 90 per cento dei giudici egiziani di primo grado non ha le competenze giuridiche necessarie”, 3 giornalisti sono stati recentemente condannati a due anni di galera per “oltraggio alla giustizia”. O, come 4 direttori di giornali, condannati ad un anno di lavori forzati per aver definito “dittatoriale” il Partito del presidente egiziano Hosni Mubarak, al potere da oltre un quarto di secolo. “Era ora che scioperassimo”, dice Mustafa Obeid, un giovane redattore di ‘Gomhurriya’, “ma temo che un solo giorno non basti per far passare il messaggio”. “Il problema”, aggiungono altri, “e’ che agli egiziani manca la coscienza dei propri diritti. Anche perche’ noi giornalisti a stento riusciamo a dar conto del crescente malcontento sociale del Paese”.
Un malcontento che solo sporadicamente emerge su stampa e TV di regime, e solo quando a scioperare sono i simboli stessi del settore produttivo e industriale dell’Egitto. Marc Innaro
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Monday, October 15, 2007
Saturday, September 22, 2007
Monem è libero

Vi ricordate di Monem? Il giornalista-blogger egiziano arrestato ad aprile scorso in Egitto? Ne parlò il friends vegekuu qui su Blogfriends, post poi ripreso sul mio blog. Bè, Monem finalmente è stato liberato dalle autorità egiziane il 2 giugno di quest'anno dopo essere stato interrogato per ore sui blog e i blogger. Mi piace pensare che anche la solidarietà che gli abbiamo regalato e le firme a sostegno della petizione per la sua liberazione venute da ogni parte del mondo siano servite a qualcosa. Almeno a farlo sentire meno solo. Miracoli del web? (Colgo l'occasione per ringraziare della citazione immeritatamente ricevuta dal blog creato a supporto della causa di Monem) BlogFriends
Monday, September 17, 2007
Egitto, condannati ai lavori forzati
Un anno di lavori forzati, 25mila lire egiziane (circa 2.500 euro) e 10mila lire egiziane (circa 1.300 euro) di cauzione. Durissima la condanna emessa da un tribunale del Cairo nei confronti di 4 direttori di giornali. Secondo la sentenza, Abdel-Halim Qandil (settimanale “Karama”), Ibrahim Issa (nella foto, quotidiano “El Dostur”), Adel Hammouda (settimanale “Al Fagr”) e Wael Al-Abrashi (quotidiano “Sawt al-Umma”) sono colpevoli di “aver nuociuto alla reputazione della Nazione, diffondendo consapevolmente notizie false e tendenziose”. Avverso la sentenza, i quattro giornalisti egiziani hanno deciso di presentare ricorso. Intanto, Ibrahim Issa, direttore di “Al-Dostur”, quotidiano vicino ai Fratelli Musulmani, fra pochi giorni dovrà comparire di nuovo in tribunale, per aver dato risalto alle voci che, alla fine di agosto, davano insistentemente per morente, se non già addirittura cadavere, il presidente egiziano Hosni Mubarak. Voci, subito rimbalzate all’estero, che avevano poi costretto lo stesso Rais a comparire in pubblico e in TV per dimostrarne l’infondatezza. All’origine della condanna dei 4 giornalisti c’è la denuncia di Ibrahim Rabe’a Abdel-Rasul, un oscuro avvocato, membro dell’onnipotente Partito Nazional-Democratico. L’accusa: aver diffamato, con una serie di articoli pubblicati fra luglio e settembre 2006, il presidente egiziano Mubarak, suo figlio Gamal (vice-segretario generale del Partito), il Primo Ministro Ahmed Nazif e il Ministro dell’Interno. In realtà, gli articoli si limitavano a tentare di far luce sulle oscure manovre (e gli intrighi all’interno del partito) per la successione di Hosni Mubarak, e per averne indicato proprio il suo rampollo Gamal (44 anni) come il più probabile erede alla presidenza. Malgrado le recenti, timide aperture del regime nei confronti della stampa scritta (per la TV egiziana c’è ancora molto da attendere) quello della successione è tuttavia ancora uno dei tabù più inattaccabili: nessuno, per alcun motivo, ha il diritto di criticare il capo dello Stato e il suo “entourage” più stretto. Condannando quattro notissimi esponenti della stampa cosiddetta indipendente, il messaggio è apparso a tutti chiarissimo. Marc Innaro Articolo21
Friday, May 04, 2007
Libertà per Monem

In carcere da oltre due settimane il giornalista che in Egitto ha traghettato l'Ikhwan su Internet. La blogosfera egiziana si mobilita. Il mondo no (nella foto, il banner della petizione per liberare Abdel Monem Mahmoud). “La gente non ha bisogno di qualcuno che le parli delle preghiere o del velo. Dobbiamo cambiare il nostro discorso politico. Dobbiamo insegnare alla gente a pretendere la libertà e la vita come persone libere. La libertà è più importante che riempire i pacchi dono per il Ramadan. Lottare per la libertà è più importante che appiccicare sui muri manifesti che chiedono preghiere. La libertà è la priorità ultima”. Parola di Abdel Monem, il blogger divenuto l’icona della nuova generazione dei Fratelli musulmani egiziani. Era stato lui a traghettare l’Ikhwan su Internet, a spingere per un sito in inglese che mettesse nella realtà virtuale le posizioni del più grande movimento di massa islamista di tutto il mondo arabo. Era stato lui, soprattutto, a far emergere l’altra faccia della Fratellanza: i giovani, quelli che sino a qualche mese fa erano totalmente coperti dal peso dell’establishment, dai vecchi e dalla generazione dei cinquantenni. Di lui, la blogosfera egiziana sapeva tutto. Perché aveva dato prova di quanto fosse lontano dagli stereotipi sviluppando il suo diario virtuale personale, che già dal nome – Ana Ikhwan, Io Sono un Fratello – dice tutto. Io sono un fratello musulmano, e ora vi spiego chi siamo: la sostanza del suo sito era quella. E come se non bastasse, a smentire gli stereotipi c’erano anche le foto. Le foto di un giornalista di 27 anni, capelli corti, giacca e camicia all’occidentale, molti sorrisi miti. Tutto, insomma, salvo lo stereotipo del “fratello”: niente barba, insomma, e niente galabeyya. Forse è stata proprio questa evidente autonomia, questa ondata di novità a creare attorno ad Abdel Monem Mahmoud una ondata di simpatia da parte degli altri blogger, di tutte le casacche politiche o ideologiche. Lettera22
Wednesday, May 02, 2007
Egitto, cronista condannata
Una giornalista egiziana di Al-Jazeera, Howeida Taha, è stata condannata oggi in contumacia da un tribunale egiziano a sei mesi di prigione e a una multa per 'aver attentato agli interessi nazionali del Paese'. La produttrice televisiva è stata condannata per un suo programma nel quale documentava il trattamento degli egiziani nei commissariati di polizia. Howeida Taha stava facendo un documentario, aveva registrato le testimonianze delle vittime di tortura ed aveva dei video che documentavano la brutalità della polizia. La polizia l’aveva arrestata all'aeroporto l’ 8 gennaio mentre andava a Doha ed aveva confiscato 50 videotape, secondo il sito di Al-Jazeera che inoltre ha detto che la reporter aveva informato precedentemente il Ministero interno del suo progetto ed aveva ricevuto i permessi richiesti. La giornalista era stata poi liberata in fase istruttoria e ora si trova in Qatar. Mericonci
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