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Saturday, December 15, 2007

Oriana Fallaci, mostra a Roma


"Oriana Fallaci è una personalità incancellabile per la cultura e per il giornalismo italiano, per il suo modo di vivere la professione in modo alto, degno, frutto anche di un carattere irruente come il suo": con queste parole il ministro per la cultura Francesco Rutelli ha inaugurato oggi la mostra 'Oriana Fallaci. Intervista on la storia'. L'esposizione, fortemente voluta dal Ministero per i Beni culturali, realizzata da RCS Media Group, con la cura di Alessandro Cannavò e Alessandro Nicosia, ha già avuto un prologo a New York, durante il viaggio negli States di Rutelli; ed una prima importante tappa a Milano, dove ha raggiunto in poche settimane i 64mila visitatori. A Roma resterà aperta al pubblico fino al 30 gennaio. Ansa.it

Tuesday, December 11, 2007

Scatti dal mondo


La prima è un'inquietante immagine del Po in secca; l'ultima rappresenta un Luciano Pavarotti ancora sorridente, che uscendo da un sipario d'oro si accomiata dal suo pubblico. In mezzo a questi due estremi trecento foto che hanno segnato l'anno che sta per chiudersi. Cosi, attraverso le 'sue' foto, distribuite a tutti i media negli ultimi mesi, l'Ansa racconta l'anno che si sta chiudendo, rinnovando per la terza volta la pubblicazione di un ricco libro intitolato semplicemente 'Photo Ansa'; un volume che il direttore dell'agenzia Giampiero Gramaglia e l'amministratore delegato Mario Rosso presentano insieme ad alcuni illustri ospiti (Marini, Bertolaso, Ferrara, Manganelli, Mentana, Pratesi, Cattaneo) in un evento organizzato con Terna. Le foto, trecento scatti magistrali, sono ordinate in dodici capitoli, scelti liberamente senza alcuna preoccupazione cronologica. Ansa.it

Thursday, December 06, 2007

Quando il boia non fa notizia

La morte fa notizia. Ne conosciamo tutti i particolari. Ne indaghiamo i fluidi , sangue, sperma, alla ricerca del Dna dell’assassino. Si fruga negli hard disk dei sospettati, alla ricerca di qualche indizio, magari di un’esplicita confessione che il colpevole abbia incautamente lasciato scivolare sulla tastiera. Poi ci sono i testimoni, sempre “super”, ormai, se solo, com’è loro dovere, ricordano qualche particolare interessante per le indagini. Poi c’è lo sfondo sociale, il sindaco che difende la città offesa,il parroco che ricorda i bravi ragazzi, i vicini, sconcertati oppure giustizialisti. E poi il dibattito sulla sicurezza, che manca,e il lassismo, che eccede. Qualche volta c’è persino il plastico della scena del delitto e quasi sempre sedicenti esperti che spiegano tutto senza dire niente.
In televisione, quando non ci sono i politici, è la morte, sempre più spesso a tenere la scena. Ogni giorno un delitto proposto e trattato come memorabile prende il posto di quello precedente.
Dice Roberto Natale, appena eletto presidente della Fnsi : “ Ormai gli omicidi vanno in onda a reti unificate “, come se nel trucidume indiscriminato del fattaccio, nella nera più nera , si attestasse l’ultimo baluardo del giornalismo vero, quello che si attiene ai fatti e risponde alle famose regole di base del modello anglosassone.Insomma pare non ci sia scelta : o politici o cadaveri. La vita comune , con la sua articolata complessità, le sue tensioni, le sue contraddizioni , gli alti e i bassi , le responsabilità, le emozioni , ormai gioca in serie B .
Forte di più di trent’anni di professione sulle spalle , so bene che la morte fa notizia. E so anche che ,in una classifica del notiziabile, da uno a cento, i parenti di un condannato a morte, valgono centodieci. Non c’è “spettacolo” più coinvolgente, evento mediatico più plateale e “vincente” che quello di portare il pubblico a condividere l’angoscioso tormento di un condannato a morte leggendolo negli occhi di un suo congiunto. L’attesa della morte , la prospettiva del patibolo, è ancora più morbosa e mediatica della morte consumata, passata in giudicato.
Eppure, quando abbiamo portato in giro per l’Italia Layla e Hadi, sorella e fratello di Adnan Hassanpur e Hiwa Boutimar , due colleghi iraniani di nemmeno trent’anni, condannati a morte da un Tribunale della Rivoluzione, il meccanismo del Grande Circo non si è messo in moto. Certo, abbiamo raccolto molte e importanti solidarietà , ultima quella di martedì a Montecitorio, e anche l’attenzione di alcuni colleghi ( Rainews24, Tg1,Tg3 ). Ma niente a che vedere con l’attenzione riservata all’ultimo omicidio di Provincia. In Iran sono già arrivate a più di duecento le esecuzioni capitali dalla scorsa estate. Molti condannati avevano compiuto i reati ascritti da minorenni. Adnan e Hiwa ,per di più, sono anche colleghi e in Iran sono duemila le testate giornalistiche chiuse negli ultimi anni dagli Ayatollah. Mi chiedo perché una storia così non attragga i giornalisti e nemmeno il mondo delle associazioni che si definiscono pacifiste, dei collettivi cattolici che invocano ogni giorno la difesa della vita. Cosa c’è di sbagliato in Adnan e Hiwa ? L’amico Giuseppe Giulietti sostiene che “sono iraniani, sono curdi e per di più sono laici, anzi, addirittura socialisti e quindi non rientrano nello schema dello scontro di civiltà”. Sarà questa la spiegazione?
Credo ci sia di più. E di peggio. Prendete il caso di Anna Politkoskaja. Quando è stata assassinata, tutti hanno fatto a gara per commemorarla in ogni forma. Ma oggi che Putin ,il suo avversario storico, oltraggia il concetto stesso di democrazia davanti al mondo,vincendo elezioni nelle quali il suo principale oppositore è stato bastonato in piazza, arrestato e impedito persino a presentare una lista elettorale, avete visto un solo speciale tv? Povera Anna uccisa, ma i colpevoli e i moventi di quell’assassinio stanno ben sepolti accanto a lei. Chi parla della guerra in Cecenia ? Chi racconta al pubblico la situazione nella Federazione Russa ?Silenzio. Dipende solo dal fatto che il nuovo Zar ( o Stalin) tiene in mano il rubinetto del nostro gas?
E Chavez ? Quello che molti vedevano come il nuovo Che ,che chiude televisioni di opposizione e tenta un golpe bianco stravolgendo la Costituzione. Chi spiega alla gente cosa accade in Venezuela e in America Latina? Chiedersi se è più di sinistra lui o tutta quella gente che è scesa in piazza per bloccare il suo golpe populista potrebbe creare imbarazzo a qualcuno. E l’Iraq, dove da mesi i giornalisti occidentali non mettono più piede e sono rimasti solo gli irakeni a morire come mosche per mandarci quelle poche immagini e notizie che ancora approdano da quell’inferno sui nostri media. E l’Afghanistan, dove i giornalisti hanno la stessa sorte, ma ce ne se siamo occupati solo durante il caso Mastrogiacomo? Sono tutte questioni imbarazzanti, che rischiano di risultare scomode un po’ per tutti, al governo e all’opposizione , pacifisti e militaristi. Meglio parlare d’altro. Avanti con il prossimo delitto di provincia.
Eppure, nelle biografie di quelli che ora (da morti) onoriamo come maestri, i Biagi e i Montanelli, spiccano reportages e interviste storiche proprio su scenari come quelli. E l’intervista al condannato a morte era un must di quel giornalismo. Ora che siamo tutti globalizzati, non sfuggiamo all’alternativa fra le memorabili dichiarazioni di Mastella o Dini o le frizioni pubblico -private Berlusconi - Fini e l’ultimo fattaccio di provincia. E lo sappiamo bene, lo dovremmo sapere, che su quelle scene è difficile vincere un Pulitzer o diventare Grandi.
Ma tant’è.
D’altro canto, l’entusiasmo per la campagna italiana sulla Moratoria Universale della Pena di Morte è lasciato tutto ai soli Radicali ( come fosse una robetta un po’ snob , viva i Radicali!) e al ministro D’Alema che ora lavora nell’ombra. Gli altri hanno tutti cose più importanti da fare. Se il mondo è fatto di lupi ed agnelli, l’impressione è che molti, nella nostra categoria, abbiano ormai scelto di fare l’ufficio stampa dei lupi. E questo basso profilo potrebbe avere anche una qualche relazione con la difficoltà a farsi riconoscere i propri diritti, a cominciare dal rinnovo del contratto. Io, che sono all’antica, continuo a pensare, come mi hanno insegnato da piccolo, che i buoni si occupano degli agnelli. Faccio il mio lavoro di pastore , in collina, sperando che non arrivi mai Pasqua. Stefano Marcelli presidente di Information Safety and Freedom

Tuesday, November 13, 2007

Ricordando Beppe Viola


Che non lo si possa incontrare più nei corridoi di Corso Sempione,sede milanese della RAI. sembra ancora impossibile a noi "vecchi" del cosiddetto Servizio pubblico, nutriti di moviola,di pizze cinematografiche a 16mm,di scazzi con quei preziosi e indispensabili collaboratori dei nostri servizi (montatori ed operatori)con i quali condividere, in parti almeno uguali, il successo e la precisione di questa o quella cronaca. In quelle sportive,autentica religione nazionale,sanguigna e venerata, c'era la sua figura,quella di un giovanottone dall'aria fintamente indolente,che si presentava con il suo passo strascicato, l'espressione vagamente beffarda di chi ne ha viste tante e che sapeva come dominare quella materia incandescente senza avere l'aria,in fondo,di crederci troppo,di capire esattamente quali erano i meriti e quali le colpe perchè quel "derby" era finito in quel modo,quella partita importante a favore degli uni o degli altri. Sì, manca a tutti Beppe Viola, l'uomo che era solito dire che avrebbe voluto come epitaffio la frase che aveva coniato per la sua tomba: "qui giace Beppe Viola, buono a nulla ma capace di tutto"... Ma di quante cose fosse autenticamente capace quel ragazzone lo abbiamo capito tutti un po’ tardi: autore di canzoni indimenticabili con il grande amico della sua infanzia Enzo Jannacci. Ispiratore del cabaret dirompente della Milano degli anni '60 e ' 70, sceneggiatore cinematografico con una passione per il cinema che lo portò persino ad accettare il ruolo di una "maschera " di cinema periferico,un indimenticabile "cameo". Una fucina di idee,insomma, nutrita da dall'atmosfera irripetibile di quegli anni tanto straordinari quanto irripetibili,quando l'obiettivo di cambiare il mondo sembrava proprio lì, a portata di mano. Beppe non ha fatto in tempo a cogliere quel traguardo: se n'è andato vent'anni fa reclinando il capo sulla vecchia Olivetti Lexicon 8o sulla quale scriveva,una domenica pomeriggio,l'ennesima cronaca di una partita di calcio. Una cronaca incompiuta,come la sua straordinaria esistenza. Gilberto Squizzato e Bruno Ambrosi

Giorgio Bocca: non abbiamo eredi


'L'espresso' ha parlato con Giorgio Bocca, coetaneo di Enzo Biagi (anche lui è nato nell'agosto del 1920), editorialista del settimanale e come Biagi da oltre sessant'anni testimone dei fatti d'Italia e del mondo. (…)
Quale tipo di insegnamento pensate di avere trasmesso alle generazioni di giornalisti successive alla vostra? "Che esiste sempre la possibilità di fare un giornalismo libero e indipendente".
C'è qualcosa che accomuna il modo con cui facevate giornalismo agli inizi della carriera e il modo in cui lavorano i giovani cronisti di oggi? "Mi sembra che ci siano fortissime differenze. Per noi fare il giornalismo era una vocazione, una attività totale. Oggi non mi sembra che ci sia la stessa passione o lo stesso approccio. Diciamo la verità, oggi il giornalismo spesso è di bassa qualità, se non pessimo".
Addirittura pessimo? "Sì, proprio così. Troppo spesso si vede un modo di fare giornalismo che non racconta più i fatti che accadono. Noi avevamo davanti un'Italia tutta da raccontare e lo abbiamo fatto, ciascuno a suo modo. Ricordo ancora quando andai a Vigevano a raccontare un cittadina dove c'erano duecento fabbriche. O quando Enzo fu mandato nel Polesine alluvionato".
Non sarà che la vostra generazione non è riuscita nel trasmettere ai giovani il vostro modo di fare questo mestiere? "La nostra capacità di esplorare l'Italia e di raccontarla era il modo di tracciare una strada e un esempio. Noi l'abbiamo fatto, altri hanno deciso di seguire una strada diversa".
Chi è l'erede di Enzo Biagi, un giovane che sia sulle sue orme? "Io non lo vedo. Ma può darsi che ci sia". Antonio Carlucci
Foto: Giorgio Bocca tra Enzo Biagi e Indro Montanelli

Tuesday, November 06, 2007

Addio a un grande maestro


E' morto Enzo Biagi, l'ultimo cronista

Tutti invocano un successore perchè c'è la paura, anche qui, che uno come Biagi non ci sarà più. Proprio nel momento in cui c'è assoluto bisogno di un giornalista libero, un baluardo, una buona coscienza. Certo, nessuno potrà seguire le sue orme perchè nessuno può sostituire Biagi ma le orme di un maestro restano sempre. Me ne rendo conto leggendo di lui, i tanti aneddoti, la sua vita e la sua storia. Sono lontanissimo anni luce da un autentico monumento della professione che neppure ho mai conosciuto, eppure leggendo quello che ha detto e scritto, mi ci ritrovo molte volte. Significa che quelle orme sono dentro di noi, che inconsapevolmente ci siamo fatti trascinare tutti dalla sua passione e dalla sua pulizia. E per uno della mia generazione probabilmente è stato un esempio come il suo a portarmi su una strada che ho già definito difficile ed esaltante. Intanto professionalmente tutti noi siamo suoi discepoli anche sul piano tecnico: ha insegnato a tutti come si raccontano i viaggi. I viaggi: dentro i luoghi e dentro le persone. Il sistema è quello, il suo, e tutti noi abbiamo "copiato" sia sui giornali che in televisione. Ma soprattutto mi colpiscono le coincidenze con i pensieri, che scopro solo adesso. Diceva: "Avrei fatto il giornalista anche gratis, menomale che i miei editori non se ne sono mai accorti". Beh, io sempre detto: da piccolo sognavo di viaggiare e di scrivere. Ci sono riuscito con un lavoro solo: e mi pagano anche. Da ragazzo mascherava le sue origini popolane e l'ho fatto anch'io. Soprattutto nonno Enzo ha sempre rivendicato orgogliosamente, alla larga dagli intellettualismi, il suo essere cronista. Sembrava un vezzo: anche questo me lo fa sentire vicinissimo. Mi piace soprattutto il suo testamento spirituale: "Dietro di me non c'è altro che la mia coscienza, nei miei programmi futuri soltanto la tomba. Che vorrei, è ovvio, più lontana e con una lapide: 'Scrisse quello che poteva, mai quello che non voleva. Amen". Un maestro è un maestro anche perchè è capace di lasciare il senso di una vita con una sola riga. L'ho sempre pensato e qui spesso l'ho ripetuto. La vera libertà di un cronista è non scrivere quello che non vuole. Non ha purtroppo la forza di poter scrivere quello che vuole. Altrimenti, forse, il mondo sarebbe diverso.

Saturday, November 03, 2007

Biagi è grave

Enzo Biagi, 87 anni, il grande giornalista e scrittore, è ricoverato in gravi condizioni in una clinica milanese del centro. Lo ha confermato la famiglia autorizzando la diffusione della notizia. Biagi è ricoverato da una settimana. Stamattina - secondo quanto spiegato dalle figlie Carla e Bice - le condizioni si sono molto aggravate tanto che la situazione è "particolarmente critica". "E' comunque lucidissimo, è sempre lui, capisce tutto" hanno aggiunto le figlie. Fonti vicine alla famiglia hanno comunque aggiunto che Biagi sta reagendo bene alle cure.

Thursday, October 18, 2007

E l'Eritrea precipita

L'Eritrea ce l'ha fatta. Dopo una discesa costante negli anni, il piccolo Paese africano è riuscito, per la prima volta, a occupare l'ultimo posto (il 169esimo) nell'indice sulla libertà di stampa nel mondo compilato da Reporters Senza Frontiere, superando un mostro sacro come la Corea del Nord. Ma se ad Asmara i giornalisti piangono, in molti dei Paesi ritenuti più “civili” non ridono: tra gli stati del G8, solo due (Canada e Germania) sono nei primi venti posti. L'Italia ferma la sua discesa ma si attesta al 35esimo posto, gli Usa stagnano (48) mentre Russia (144) e Cina (163) si confermano le pecore nere tra le potenze mondiali. Nel solo 2007, in tutto il mondo 77 giornalisti sono stati uccisi e 128 imprigionati, mentre aumenta il giro di vite nei confronti dei cyber-dissidenti, 64 dei quali sono finiti in galera.Ancora una volta, il nord Europa si conferma il paradiso della stampa: il primo posto se lo contendono Islanda e Norvegia, e la Finlandia è quinta assieme alla Svezia. L'Olanda, l'anno scorso prima, scivola al 12esimo posto per aver tenuto in custodia due giornalisti del Telegraaf che si erano rifiutati di rivelare le loro fonti alle autorità giudiziarie. I primi venti posti del ranking sarebbero un affare tutto europeo se non fosse per Nuova Zelanda (15), Canada (18) e Trinidad e Tobago (19). Questi ultimi guidano una rappresentanza di stati centroamericani al vertice, assieme a Costarica (21) e Giamaica (27). I primi Paesi africani sono le Mauritius e la Namibia (25esimo posto ex-aequo), mentre ad aggiudicarsi la leadership asiatica è Taiwan (32).Se non altro, i Paesi del G8 riescono a frenare la pesante caduta degli ultimi anni. Oltre al già citato Canada, solo la Germania (20esima) figura tra i primi venti. La Francia, in leggera risalita, si attesta al 31esimo posto, l'Italia è poco dientro, il Giappone recupera 14 posti ed è 37esimo. Nessun progresso di rilievo per gli Usa, che pagano la detenzione a Guantanamo, dal 2002, del cameraman sudanese di al-Jazeera Sami al-Haj, così come per la Russia, desolatamente in fondo alla classifica, visti gli scarsi miglioramenti registrati dopo l'assassinio di Anna Politkovskaja. Buone notizie arrivano da alcuni stati non europei: il Togo e la Mauritania entrano nei primi 50 posti, con quest'ultima che, negli ultimi due anni, ha recuperato ben 88 posizioni, dopo la caduta del presidente Ould Taya. Il Nepal, seppur ancora al 137esimo posto, recupera ben 20 posizioni grazie alla fine della guerra e al conseguente allentamento delle restrizioni nei confronti della stampa. Per il motivo opposto, lo Sri Lanka si piazza al 156esimo posto e i Territori Palestinesi due posizioni più in giù, immediatamente seguiti dalla Somalia, che nel 2007 ha visto la morte di ben sette giornalisti e la fuga di un'altra decina a séguito di minacce. Assassini di giornalisti e (new entry) persecuzioni nei confronti dei bloggers costano cari alla Turchia (101esima) e all'Egitto, precipitato in 146esima posizione. In fondo alla classifica, poco cambia: l'Iraq è ancora in discesa (157esimo posto), mentre le ultime sette posizioni sono occupate dai soliti noti: Cina (in cui le prossime olimpiadi non sembrano aver portato un gran beneficio) Myanmar, Cuba, Iran, Turkmenistan, Corea del Nord e, come detto, Eritrea che, grazie alla morte in detenzione di quattro giornalisti e la completa cancellazione della stampa indipendente, strappa la palma che Pyongyang deteneva da anni. PeaceReporter

Indimenticabile Frajese

Monday, October 01, 2007

Come calcolare i rischi


Kabul. Oggi ho intervistato due capi talebani. Ne è nata una discussione sul mestiere di reporter che può interessare qui. Barba mi ha chiesto: "Mi intriga un pò cercare di immaginare e capire il metro con cui riesci a valutare il rischio. L'esperienza può essere una componente ma non può essere solo intuizione (pur se dettata dall'esperienza) Sarebbe come giocare a testa e croce o alla roulette russa".

E invece sì. Quando hai esperienza, cioè un passato alle spalle dove magari hai commesso anche errori (per fortuna non fatali) l'intuizione è decisiva.
Partiamo da un presupposto. La nostra vita, in certi posti, la mettiamo in mano ai nostri stringers. Dunque intanto è importantissimo questo rapporto. Con Shafique a Kabul lavoro dal 2001, per arrivare "oltre" bisogna conoscersi bene. Come con Mahdi a Baghdad che mi ha salvato la vita. Con loro il rischio di essere venduto, che è il più alto, per esempio non c'è. Conosco le famiglie, ci vogliamo bene. Te ne potrei raccontare tante. A Mogadiscio per esempio Mohammud non si fidava neppure di me, cambiava sempre percorso e appuntamenti, perchè - diceva - io ti sono fedele ma ho tre figli e...se devo scegliere fra te e loro chi scelgo? In genere si fa un passo per volta. A Medellin, in Colombia, ho cambiato quattro autisti prima di azzardarmi a chiedere di portarmi nel covo di Pablo Escobar.
Partendo da questo, si arriva ai contatti. Devi credere nei contatti, in quelle che noi chiamiamo fonti. Non solo per rischiare la vita, ma anche nel dare certe notizie esclusive. Nel caso, famoso, di Farouk io mi sono fidato di Graziano Mesina (e lui di me). Ci siamo annusati per settimane prima di fidarci.
Mastrogiacomo a Kandahar, e anche i due funzionari del Sismi a Herat, hanno evidentemente sbagliato contatti. Non ci giriamo intorno: sono stati venduti.
C'è un'ultima componente. Devi stare nel "tuo" territorio, cioè quello del tuo stringer. Mahdi non l'ho portato a Najaf. Shafique a Kabul è copertissimo: è un tagiko in una città tagika, ha combattuto per anni i russi dietro il comandante Massoud da mujaeddin, a Kabul conta, l'ho visto: mi porta da tutti, a qualsiasi livello, mi fa entrare in Afghanistan senza visto, abbraccia ministri e capi della polizia. A Kabul sto nelle sue mani e mi fido ciecamente. Non andrei mai con lui in terra pashtun, men che meno a Kandahar.
Credo di essermi spiegato. Caro Barba, sembra incredibile ma come al solito è sempre la testa al centro di tutto. A parte il culo.

Sunday, July 01, 2007

Testimoni


Abbiamo lasciato questo spazio il primo luglio. Lo riprendiamo adesso, a metà settembre, con una constatazione drammatica. In due mesi e mezzo, solo in due mesi e mezzo, sono morti ventidue reporter: da 62 vittime secondo l'ultimo aggiornamento siamo saliti infatti a 84. Quasi tutte in Iraq: 17 su 22, segno di una strage senza fine, un tributo di sangue altissimo per un guerra sbagliata. Per non parlare dei rapiti, degli imprigionati, dei feriti, dei minacciati. So che il mestiere di giornalista non è amato: nè da chi non vuole testimoni, nè dalla maggior parte della gente che preferirebbe non sapere. E continua a non capire perchè andiamo a rischiare la vita. Non si rende conto di quanto invece sia importante la testimonianza in un mondo che va sempre più alla deriva con poche persone che vorrebbero manipolare tutto. Riprendiamo allora qui il filo, con un impegno più forte. Flashback

Thursday, June 28, 2007

Ricordando Oriana

«Quando la incontrai ero incinta e lei non faceva che ripetermi che avevo fatto una cosa straordinaria a diventare mamma e che per questo mi ammirava. Dopo l'arrivo al mondo di mio figlio Darius John, lei gli spedì un bel regalo e incominciò a impartirmi lezioni su come essere una buona madre, perché secondo lei ciò era altrettanto importante che essere una brava giornalista. Credo che fosse molto invidiosa della mia famiglia e abbia rimpianto enormemente il non aver mai avuto figli». Parla Christiane Amanpour, la giornalista anglo- iraniana che venerdì 29 giugno parteciperà a una giornata di studio in onore di Oriana Fallaci, presso la New York Public Library. Uno dei due appuntamenti della manifestazione «Oriana Fallaci e l'America». Corriere.it

Sunday, June 03, 2007

Raccontare il dolore

"Perché Pino Scaccia, uno dei più autorevoli e impegnati inviati di guerra, è costretto a fare corrispondenze di cronaca nera per il Tg1?" La meringa

Questo è il post che Annachiara sul suo simpatico blog ha dedicato molto generosamente al gabbiano. Ringrazio dell'attenzione, e della stima, ma è evidente che c'è un pò di confusione sul ruolo e sui compiti di un reporter. Il titolo addirittura grida "Tg1 vergogna" come se l'avermi affidato i reportage da Marsciano, per raccontare una storia importante e triste di questa nostra Italia, fosse considerata una punizione. Come se fosse un titolo di merito, addirittura una promozione, il mandarmi dove si rischia la vita. Personalmente ho sempre rifiutato l'etichetta di inviato di guerra perchè non esiste, è stata inventata dall'immaginifico popolare. Allineandomi al grande Enzo Biagi, io mi sento solo, semplicemente un cronista. Che va dove lo porta la notizia. Se poi gli eventi negli ultimi anni sono stati spesso disgraziamente legati alle guerre è solo una rovina per l'umanità. Il mio mestiere è di raccontare e nella mia (purtroppo) lunga carriera ho seguito di tutto: dal terrorismo alla mafia, dai terremoti ai sequestri, dallo tsunami al g8, dai grandi misteri alle storie drammatiche. Possibile che per essere considerati bravi, bontà vostra, bisogna solo infilarsi in posti dove sfiori la morte? Ed ecco perchè si parla frequentemente male dei giornalisti, perchè neppure si sa che mestiere fanno. Vorrei chiarire che seguire vicende come quella di Marsciano è molto più difficile e impegnativo, credetemi, di una trasferta a New York per l'11 settembre. Parlare di storia è semplice, parlare delle persone è molto più complicato. E doloroso.

Saturday, May 26, 2007

Le frontiere dell'indifferenza



Mi piace pensare che l’orma impressa sulla copertina di questo libro sia quella delle scarpe rotte ritratte sulla copertina di un libro che amo molto: “In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuściński. Ma non è solo una mia impressione. Il testo di Mauro Sarti, che esce in questi giorni per i tipi della Carocci, registra il fenomeno italiano di un giornalismo con la G maiuscola, il cui massimo rappresentante è stato il grande inviato polacco. Non servono scuole, né grossi maestri per fare giornalismo sociale. Serve passione per la professione, amore per i deboli, e voglia di varcare la frontiera. Le frontiere. Quelle dell’indifferenza, prima di tutto. Robbirossi

Thursday, May 24, 2007

Fare giornalismo

“Io credo nella gioventù che vuol fare giornalismo, ma il giornalismo come l’ho fatto io, come lo faceva Terzani: il giornalismo fatto con la suola delle scarpe. Quello è ancora il giornalismo. Voi giovani siete in qualche modo frenati dalla tecnologia. La tecnologia ti da l’idea che schiacciando due bottoni hai tutto. No, tu devi andare sulla strada, anche in cronaca. Bisogna andare fuori a vedere se c’è stato un incidente e vederlo, odorarlo, sentire cosa dice una persona o un’altra. È la testimonianza diretta in assoluto la cosa più importante. Non si può aggirare la testimonianza diretta. Mai. Se voi vi illudete che i mezzi tecnologici sono tali che vi consentono di fotografare una realtà, piccola o grande, all’interno o all’estero, siete degli illusi. Bisogna andare sul posto, bisogna vivere delle situazioni, per poter raccontare, altrimenti non racconti un… non racconti niente”. Ettore Mo (ricordando Tiziano Terzani)

Monday, May 07, 2007

L'ultimo Kapuscinski



Ryszard Kapuściński, autore di memorabili reportage dall'Africa, dall'Asia, dal Sudamerica – tradotti in trenta lingue (in Italia è pubblicato da Feltrinelli) – incontra a Bolzano, nell'ottobre del 2006, nel suo ultimo viaggio (il grande reporter polacco muore nel gennaio 2007), un gruppo di studenti trentini che avevano letto e discusso i suoi libri. Ne nasce un dialogo intenso e sincero che affronta i grandi temi del nostro tempo: la globalizzazione, l'incontro-scontro tra le culture, l'urgenza della reciproca comprensione, la povertà e le disuguaglianze, la democrazia, la rivoluzione, la vita quotidiana dell'umanità semplice ignorata dai media, il dominio di internet; e poi il deserto, il silenzio, il caldo torrido, il freddo paralizzante, Dio, la poesia, la guerra,... Quasi un «testamento morale». “Ho dato voce ai poveri” editrice Il Margine Il libro sarà presentato sabato prossimo, 12 maggio, alla Fiera di Torino. Interverrà Ettore Mo.

Saturday, May 05, 2007

La lezione di Montanelli


Ciò che distingue scrittore da scrittore e crea fra di essi una scala di valori è il modo in cui questa ambizione viene perseguita. Io non ho la pretesa di esporre delle teorie sul piano filosofico. Io sono soltanto un mestierante. Ma un mestierante che, esercitando il suo mestiere da oltre 65 anni, è probabile che alcune cose le abbia capite.

PRIMA REGOLA - La prima cosa da conquistare come condizione di tutte le altre conquiste è la fiducia del lettore (sto parlando naturalmente dei cosiddetti mass media, non di letteratura, poesia, eccetera dove vigono altre regole). E questa conquista la si fa non ricorrendo mai ai falsi, che prima o poi vengono scoperti, e da quel momento è meglio cambiar mestiere. L’idea di conquistare il lettore con le montature sensazionalistiche dei fatti può funzionare sulla breve distanza. Su quella lunga, procura solo discredito. Sia chiaro che, quando si deve riferire su un fatto mentre accade, si può cadere in qualche inesattezza. Niente paura. Se, appena te ne accorgi, lo riconosci pubblicamente e ne chiedi scusa al lettore, questi ti perdona.

SECONDA REGOLA - Seconda regola. Parlare al lettore nella sua semplice lingua, non in quella sussiegosa dell’Accademia, peste e dannazione di una cultura come quella nostra che per questo non è mai riuscita a diffondersi come sarebbe stato suo primo dovere di fare. Noi dobbiamo essere e restare al servizio del lettore, e in senso non astratto, ma concreto in quanto è lui che ci mantiene comprando i nostri giornali e libri. Ciò non vuol dire secondarne gli errori o almeno quelli che a noi sembrano tali. Significa soltanto cercar di correggere l’errore senza mancare di rispetto a chi lo commette.

TERZA REGOLA - Terza regola, un po’ ruffianesca. Nel resoconto di un avvenimento, non far sentire al lettore l’opinione che te ne sei fatto. Che te ne sia fatta qualcuna, è inevitabile; e chi lo nega, o è un imbecille o è un bugiardo. Ma non si può né si deve imporla al lettore; bisogna lasciargliela suggerire dai fatti secondo il modo in cui gli si raccontano. I fatti vanno raccontati tutti: chi ne censura qualcuno è un disonesto che come tale prima o poi viene smascherato. Ma anche facendolo col massimo scrupolo, e perfino usando le stesse parole, si possono dire cose diverse, e anzi opposte. Per esempio, se io dico di qualcuno: «È una grande canaglia, ma molto intelligente», dico che la sua intelligenza fa premio sulla canaglieria e quindi ne do un giudizio in fondo positivo. Se dico: «È intelligente, ma una grande canaglia», ne do un giudizio negativo. Ecco: questa scelta dell’ordine dei fattori è l’unico arbitrio che noi «comunicatori» possiamo consentirci nei nostri resoconti su uomini e fatti. Indro Montanelli Questo testo è pubblicato nel volume «Come si scrive il Corriere della Sera» (Edizioni Rizzoli)


Montanelli e’ morto sei anni fa. Non ho mai avuto la fortuna di conoscerlo di persona. Ma gli ho scritto. Fu, molto tempo fa, dopo la liberazione del piccolo Farouk, ricordate? Io avevo dato la notizia in anteprima raccogliendo le confidenze del superbandito Graziano Mesina. Ci furono polemiche. Mi salvarono alcune grandi firme. Intanto, Montanelli che fece addirittura un editoriale su “Il Giornale” che allora dirigeva per difendermi. Lo conservo, naturalmente, per i nipotini. Gli scrissi allora una lettera di ringraziamento, piu’ o meno di questo tenore: “Molte grazie, ma in fondo Le spettava. Se faccio questo mestieraccio la colpa e’ Sua. E’ lei che mi ha trasmesso la passione”. E’ vero.

Tuesday, May 01, 2007

Sempre meno libertà


La libertà di stampa ha conosciuto un netto arretramento nel mondo durante il 2006, tendenza particolarmente allarmante in Asia, in America Latina e in Russia, sottolinea uno studio della Freedom House pubblicato oggi. L'organizzazione di difesa delle libertà con base a Washington si preoccupa in particolare delle restrizioni imposte ai siti internet, in Russia per esempio dove il governo ha accresciuto gli sforzi "per marginalizzare ancora di più la voce dei media indipendenti". Cina, Vietnam, Iran, anche loro continuano a imprigionare giornalisti indipendenti e 'cyberdissidenti', aggiunge il bilancio 2006. I colpi contro i media sono inevitabilmente seguiti da colpi alle istituzioni democratiche". L'arretramento della libertà di stampa è un segno che turba profondamente per il fatto che la democrazia stessa è aggredita nelle regioni del mondo cruciali", dice Jennifer Windsor, direttrice di Freedom House. Nel totale, su 194 paesi esaminati, 74 sono considerati come "liberi", 58 "parzialmente liberi", il che significa che solo il 18% della popolazione mondiale ha una stampa libera. Da notare il ritorno dell'Italia tra i paesi "liberi". I cinque Paesi che rappresentano "il peggio del peggio", secondo lo studio, sono la Birmania, Cuba, la Libia, la Corea del Nord e il Turkmenistan.
Il rapporto di Freedom House

Thursday, April 26, 2007

Partire

"Buongiorno, volevo sapere se almeno da lei riesco ad avere informazioni concrete riguardo come diventare reporter. non ho esperienza, ma lo desidero davvero tanto. il problema è che non so da dove cominciare. non m'interessa fare soldi o sedermi ad una scrivania, vorrei andare in giro per il mondo a capire le cose. è obbligatorio cominciare da un corso di laurea?? io preferisco farmi sul campo, prendere e partire, ma non so come da dove partire. Grazie". Cristiano