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Wednesday, October 24, 2007

Birmania: un fotografo scomparso, quattro giornalisti ancora in prigione

Ko Thu Ya Soe, un fotografo di 30 anni che lavora per l'agenzia tedesca EPA, è scomparso dall'inizio del mese di ottobre 2007. L'ultima volta che è stato visto stava facendo foto in prossimità della pagoda Sule, nell'ex capitale Rangoon. Nessuno, neppure la sua famiglia, ha idea del luogo in cui ora si trovi. Win Ko Ko Latt, reporter del 'Weekly Eleven Journal' arrestato il 27 settembre, Win Saing, fotografo arrestato il 28 agosto, e Nay Linn Aung, reporter del '7-Days Journal', sono ancora detenuti. Stessa sorte per i cinque giornalisti arrestati durante le proteste di settembre: U Thaung Sein, fotoreporter free-lance, Ko Moe Htun, del giornale 'Dhamah-Yate', Ne Min, giornalista indipendente, Monywa Aung-Shin, del giornalel 'Sar-maw-khung', e U Win Tin, del giornale 'Hanthawathi'.

Wednesday, October 10, 2007

La propaganda di regime


La macchina propagandistica della dittatura militare birmana guidata dal generale Than Shwe sta lavorando a pieno regime.Alle televisioni di Stato (Mrtv e Mwt), le conduttrici dei telegiornali – vestite con divise verde chiaro e impettite in una ridicola posa marziale – commentano le immagini delle manifestazioni popolari organizzate dalle autorità in diverse cittadine del paese: centinaia di persone, dall’aria tutt’altro che allegra, che marciano in file ordinate portando grandi bandiere birmane e innalzando ritmicamente cartelli con su scritto ‘Per la pace’, ‘Contro la Violenza’, ‘Contro gli elementi distruttivi interni’, come il regime usa definire i dissidenti democratici. Ma è leggendo il giornale governativo ‘The New Light of Myanmar’ che si ha un genuino, e inquietante, assaggio della propaganda di regime. Il numero del 2 ottobre, datato ‘Sesto mese dell’anno 1369’ – in riferimento alla fondazione del primo impero birmano di Mandalay – ha una quarta di copertina in cui, a caratteri cubitali, sono elencati i ‘Desideri del Popolo’: ‘Vogliamo la stabilità, vogliamo la pace, ci opponiamo al disordine e alla violenza’. E sotto un avvertimento: ‘Attenzione, non credete alle menzogne mandate in onda dagli assassini dell’etere: Bbc, Voice of America, e Radio Free America. Questi sabotatori vogliono distruggere la nazione’. Enrico Piovesana

Monday, October 01, 2007

Non spegnete la luce

Venti anni fa i morti furono almeno tremila. Ma nessuno li ha visti. Se il primo dovere di un regime totalitario è reprimere le voci dissenzienti, il secondo è spegnere la luce dell’informazione, occultare i crimini, la repressione, le stragi. Ma anche la Birmania, oggi, suo malgrado, è nell’era internet. Birmania

Sunday, September 30, 2007

Siamo tutti birmani


"Una macchia di rosso, colore simbolo della rivolta del popolo birmano, sui media italiani come segno di solidarietà ai colleghi e ai cittadini che rischiano la vita in queste ore in Myanmar in nome della libertà". Questa la proposta lanciata da Information Safety and Freedom, che sostiene l’iniziativa lanciata dai conduttori del Tg1 e propone di allargarla a tutti. "I media comunicano attraverso simboli e grafica. Se i giornali e i telegiornali uscissero con un segnale visibile di solidarietà nell’abbigliamento dei conduttori di tg o nella grafica dei giornali, questo darebbe testimonianza della compattezza della categoria al fianco dei colleghi presi di mira dalla repressione della giunta militare birmana e a sostegno della pacifica protesta del popolo e dei monaci di quel Paese. La battaglia per i diritti umani non ha confini. Oggi siamo tutti birmani, così come ci sentiamo iraniani, iracheni, afghani, russi, cinesi, colombiani, filippini. La repressione sanguinaria della vita e della libertà dell’uomo non può mai essere considerata un «affare interno». La libertà è affare di tutti. A cominciare dai giornalisti".
L'ultimo blogger da Rangoon

Thursday, September 27, 2007

Così muore un fotoreporter



Giace a terra Kenji Nagai, il fotoreporter giapponese della Afp, colpito a morte dalla polizia birmana. Prima di spirare ha ancora la forza di fare l'ultimo scatto. Nagai, 52 anni, è stato colpito da spari nei pressi della pagoda di Sule, dove manifestavano oltre diecimila persone. A documentare il momento drammatico della sua morte è un collega della Reuters. Vedete proprio il momento del suo assassinio: ferito sta ancora fotografando quando un poliziotto passando gli spara a morte. Resta a terra esanime mentre i militari birmani corrono ad accanirsi sulla folla. Sembra che sia stato ucciso anche un reporter tedesco, ma la notizia non è confermata. In Birmania caccia ai giornalisti stranieri

Permettetemi una nota personale. Spesso la nostra categoria è attaccata, non rispettata, derisa. A tavolino si fanno analisi e si fanno le pulci al rimborso spese come se i soldi (ma neppure è vero: guadagniamo quanto quelli che seguono Miss Italia) servissero a cacciare paure e pericoli.
Basterebbe questa foto per capire il destino di un reporter. Quell'estremo atto di testimonianza è doloroso e commovente. Un simbolo di una categoria a cui mi sento fiero di appartenere.
Forse adesso qualche imbecille capirà perchè divento una bestia quando si attacca chi fa il mio mestiere. Quest'immagine dà il senso fisico dei rischi. Non è un film: quel fotografo coreano, nè più ragazzino nè eroe, è morto davvero. Facendo come ultimo atto quello che ha sempre fatto: raccontare una strage, i mali del mondo.
Per me in qualche modo è normale. Sto a Kabul, semplicemente a lavorare. Ma basta uscire e la tua vita è in mano a chi sta molto, ma molto più in alto di noi.


Basterebbe anche la caccia che i birmani danno ai giornalisti per capire l'importanza dei testimoni. Sono scomodi, scomodissimi. Se non ci fossero stati i reporter nessuno saprebbe adesso cosa sta succedendo, il massacro. La cosa ignobile è che tutti vogliono sapere tutto ma poi sono contro la categoria degli inviati: se non ci fossero loro come potrebbero sapere e discutere? Purtroppo ci sono i cretini anche fra noi, come il direttore di Libero che si permette di dire che "è uguale stare a Milano o a Baghdad". Certo, così sarebbe tutto omologato con un paio di telefonate alle fonti, cioè ai padroni del mondo. Le testimonianze forti che invece arrivano dalla Birmania stanno indignando tutti e forse questa carneficina di un regime protetto dai grandi finirà. Non invidio per niente i colleghi, coraggiosissimi, che stanno adesso a Rangoon.

Saturday, September 22, 2007

Myanmar, violenze contro la stampa libera


La Burma Media Association ha denunciato il continuo ricorso alla violenza contro i giornalisti che tentano di coprire le quotidiane manifestazioni sull'aumento del costo della vita che durano dal 19 agosto. In un solo mese sono state verificate 24 gravi violazioni della libertà di informare. Tali violazioni sono state compiute da poliziotti, militari, membri dell’USDA (milizia pro-giunta) o responsabili governativi della censura. Privati di ogni sorta di informazione indipendente, numerosi cittadini ascoltano i servizi in birmano di radio internazionali (RFA, VOA, BBC, DVB) e guardano clandestinamente le emissioni settimanali della catena televisiva DBV TV. Intanto l'Ufficio della censura sta negando sistematicamente la pubblicazione di ogni articolo che tratti l'argomento manifestazioni. I responsabili dei media privati hanno ricevuto l'ordine di pubblicare solo articoli favorevoli al governo e ostili al "nemico sia interno che esterno". Situazione insostenibile nell'ex Birmania se anche i monaci protestano