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Wednesday, November 21, 2007

Contro la censura


Un cameramen pakistano partecipa alla manifestazione che si è svolta a Peshawar contro le leggi speciali adottate dal presidente del Pakistan Pervez Musharraf

Sunday, November 18, 2007

Pakistan, il prezzo della libertà





La polizia pakistana ha utilizzato i manganelli per disperdere una manifestazione di protesta organizzata da circa 200 giornalisti e attivisti dei diritti umani a Karachi e ha arrestato circa 140 persone. Lo hanno riferito fonti locali. Negli scontri, alcuni manifestanti sono rimasti feriti alla testa. La manifestazione era organizzata all'esterno della sede dell'associazione stampa locale, nella capitale economica e finanziaria del Paese, per protestare contro la morsa della censura imposta dal regime. La polizia e' intervenuta quando i manifestanti, che scandivano slogan inneggianti alla liberta' di stampa, hanno tentato di rimuovere le barricade sulla strada che porta alla residenza ufficiale del governonare. Tra gli arrestati, il presidente del sindacato dei giornalisti a Karachi, Shamim-ur-Rehman, e Sabih Uddin Ghousi, presidente dell'associazione della stampa di Karachi. La tensione e' continuata quando polizia e paramilitari hanno bloccato alcuni manifestanti dentro la sede dell'associazione. A quel punto oltre 140 giornalisti sono usciti all'esterno e si sono offerti all'arresto. I giornalisti fermati sono stati caricati in pullman e portati via. I nuovi fermi seguono di poche ore la notizia della liberazione di 3.400 persone che erano state fermate durante le proteste anti-Musharraf dopo l'imposizione dello stato d'emergenza.

Thursday, November 15, 2007

Lacrimogeni


Giornalista fotografa lacrimogeni in Pakistan

Saturday, November 10, 2007

Per la libertà


La protesta dei giornalisti pakistani

Saturday, November 03, 2007

Emergenza in Pakistan: oscurate le tv

Diventato presidente con la forza, otto anni fa con colpo di stato militare, Musharraf cerca ora con lo stesso sistema di rimanere al potere. Dichiara lo stato d’emergenza, fa circondare dalla polizia le sedi di televisioni e radio pubbliche e oscura le emittenti indipendenti. Sospesa anche la Costituzione. Ufficialmente decisioni, gravissime, nate dal riacuttizarsi degli scontri al confine con l’Afghanistan, ma in realtà dettate dal timore del presidente del Pakistan di vedersi togliere la carica dalla Corte Suprema che la prossima settimana dovrà pronunciarsi sull’incompatibilità fra comandante delle forze armate e, appunto, quella di presidente appena riottenuta grazie a elezioni manovrate secondo l’opposizione. La prova è la destituzione proprio del presidente della Corte Suprema, la cui sede è ora sotto il controllo dell’esercito. Secondo alcune fonti sarebbe stato anche arrestato Aitzaz Ahsan, avvocato e leader dell’opposizione che aveva contestato la nuova elezione. Il Pakistan è in pieno caos e la situazione è molto preoccupante poiché il Paese ha un ruolo decisivo nello scacchiere mondiale. La mancanza di democrazia è evidente e sicuramente allarmante. Il Pakistan è stato infatti denunciato più volte da Amnesty per la violazione dei diritti umani, specificatamente sui bambini; la stampa è imbavagliata (quest’anno cinque giornalisti uccisi, due in prigione, al 157. posto su 168 nella libertà di espressione): pratica della pena di morte fra le più alte al mondo (82 condanne capitali nel 2007). In più, forse ospita al Qaeda e ha la bomba atomica. La situazione è così difficile che Benazir Bhutto, la donna della provvidenza per il popolo pakistano, ha deciso per ora di non rientrare. Per evitare, dicono i suoi amici, altre stragi.

Monday, October 22, 2007

Uccisi nel mondo altri tre giornalisti

Somalia. Bashir Nur Gedi, direttore dell'emittente radiofonica somala Shabelle, è stato ucciso da uomini armati non identificati nella capitale Mogadiscio. Gedi è l'ottavo giornalista somalo a perdere la vita quest'anno, facendo della Somalia il posto più pericoloso al mondo, dopo l'Iraq, per i giornalisti. Lo scorso agosto, due colleghi dell'emittente HornAfrik erano stati uccisi a distanza di due giorni l'uno dall'altro, sempre a Mogadiscio. La guerra civile in Somalia, scoppiata nel 1991 e i cui strascichi continuano ancora oggi, ha provocato finora almeno mezzo milione di morti.

Honduras. Carlos Salgado, famoso giornalista satirico della stazione radio Cadena Voces (RCV), è stato ucciso a colpi di arma da fuoco, da due killer a bordo di una camionetta, nella città di Tegucigalpa. Parecchi giornalisti di questa radio, conosciuta per le sue posizioni critiche nei riguardi del governo, avevano ricevuto, nei mesi precedenti, minacce.

Pakistan. Il cameraman Muhammad Arif della catena televisiva privata Ary One World fa parte delle 133 vittime che hanno trovato la morte, il 18 ottobre 2007 a Karachi, nell'attentato suicida che ha colpito il corteo dell’ex-primo ministro del Pakistan, Benazir Bhutto, di ritorno nel Paese dopo otto anni di esilio. Secondo l’Associazione della stampa pachistana, Muhammad Arif era stato trasferito nell'ufficio londinese della catena televisva, ma aveva ritardato la sua partenza proprio per coprire il ritorno di Benazir Bhutto.

Tuesday, June 26, 2007

Hamid Mir minacciato di morte


"Sono un uomo fortunato" sostiene Hamid Mir con amarezza, "fortunato perchè ancora vivo. Per quanto ancora non so...ma oggi sono ancora vivo". Hamid Mir ha dovuto lasciare in fretta Islamabad insieme alla sua famiglia, dove svolgeva il suo lavoro alla GeoTv pakistana come inviato e conduttore della trasmissione di approfondimento politico 'Capital Talk' dopo le numerose minacce di morte ricevute nei giorni scorsi. "E' passato poco più di un anno da quel tragico 19 giugno 2006 quando venne ritrovato ucciso il mio collega e carissimo amico Hayatullah Khan tra le pietre di un villaggio del Waziristan (un territorio tribale non lontano dal confine con l'Afghanistan), i suoi polsi portavano ancora le manette e al centro della fronte un evidente segno di una pallottola. Un'autentica esecuzione. La barba lunga e trascurata, i vestiti laceri mi hanno fatto capire che Khan venne a lungo torturato prima di essere ucciso. Hayatullah Khan venne rapito il 5 dicembre 2005 e non si seppe più nulla di lui fino al ritrovamento del suo corpo un anno fa." "La 'colpa' di Khan era quella" - sostiene Hamid Mir - "di aver lavorato con me alla realizzazione di un reportage su una strage di civili compiuta dall'esercito pakistano e dagli uomini dell'ISI (i servizi segreti di Karachi) nella regione del Waziristan. Le autorità pakistane ci avevavo minacciato più volte mettendoci in guardia dal diffondere il nostro reportage che dimostrava come fosse lampante la responsabilità dei militari e dell'intelligence pakistana in quella odiosa strage di civili compiuta durante un'operazione antiterrorismo." "Non esitammo a definire 'terroristi' gli ufficiali che ordinarono la strage" continua Hamid Mir "e questo costò la vita a Hayatullah Khan, sequestrato, torturato e ucciso da sicari di quelle stesse autorità che erano dietro la morte di quei civili, anche se il rapimento venne attribuito a semplici banditi di strada. Ma io so che non è andata così... Già nei giorni immediatamente successivi alla messa in onda del reportage Khan venne minacciato di essere ucciso se non avesse abbandonato la professione di giornalista e chiedesse pubblicamente 'scusa'. Ma Khan, coraggiosamente, rifiutò di piegarsi alle minacce."

E ora di nuovo quelle stesse minacce di morte che hanno portato alla morte di Hayatullah Khan tornano a colpire Hamid Mir, giovane e brillante giornalista pakistano, 41 anni, scrittore e reporter di grande valore e cultura. L'unico reporter al mondo ad aver intervistato tre volte Osama bin-Laden, e l'ultima intervista allo sceicco saudita realizzata dopo l'11 settembre è universalmente considerato il più grande scoop giornalistico degli ultimi sei anni. "Non possono impedirmi - nessuno può farlo - di fare il giornalista, ora certo sono costretto a vivere in condizioni di altissima vigilanza e mettermi in salvo con la mia famiglia. Una scelta obbligata quella di proteggere i miei familiari. Sono felice e fiero di avere una famiglia eccezionale composta da mia moglie e dai miei due figli ancora adolescenti che mi hanno sempre sostenuto in questi difficilissimi anni di lavoro tra Pakistan e Afghanistan. Io stesso appartengo a una famiglia di giornalisti, mio padre Waris era un columnist e un professore di giornalismo all'Università del Punjab, a Lahore. I miei due fratelli e anche mia moglie sono giornalisti....Nessuno potrà impedirmi di fare il giornalista. Dovranno uccidermi per impedirmelo.." "La situazione attuale in Pakistan è gravissima e mi aspetto gravi incidenti e un'ondata di attentati durante il mese di luglio, oltre che un ulteriore limitazione della libertà di stampa. La televisione per la quale lavoro è stata assaltata e parzialmente distrutta dalle forze speciali dell'esercito pakistano, le minacce di morte contro di me e contro la mia famiglia hanno ormai superato il livello di guardia, è stato impedito a me e ai miei collaboratori di entrare in Parlamento, il mio programma televisivo di approfondimento politico 'Capital Talk' è stato limitato nelle durata e nei giorni di emissione, oltre che essere sottoposto a un'isopportabile censura preventiva... Ormai non mi restava altro dare che portare in salvo la mia famiglia e sperare nella protezione di Dio..."

Prima di salutare Hamid, manifestandogli tutta la mia solidarietà e impegnandomi a difenderlo in ogni contesto gli pongo due domande: Sapresti dire dove si trova ora Osama bin-Laden? "Osama vive lungo il confine tra Pakistan e e Afghanistan. Io non ho contatti diretti con lui, né con suoi intermediari. Ma se mai volesse parlare con me saprebbe bene dove e come trovarmi..." E' vero che hai pronto, ma ancora nel cassetto, un altro dei tuoi 'scoop' su Osama? "Beh...diciamo che ho finito di raccogliere materiale eccezionale e inedito e di scrivere la biografia completa di bin-Laden dal 2001 a oggi... Ora non mi resta che trovare un editore per fare uscire il libro il prima possibile..." Roberto di Nunzio Un giornalista coraggioso

Wednesday, May 02, 2007

Pakistan, fotografo muore in attentato

Mehboob Khan, giovane fotografo freelance, è rimasto ucciso in seguito all’esplosione di un’autobomba che aveva come obiettivo il ministro degli Interni Aftab Khan Sherpao. L’attentato è avvenuto nella provincia nord-occidentale del distretto di Charsadda (nord-ovest del Paese). L'esplosione ha ucciso altre 27 persone. Altri quattro giornalisti sono rimasti feriti nell’esplosione. In una nota di protesta l'associazione Reporters sans frontières ha affermato che “gli attentati dinamitardi contro obiettivi civili sono agghiaccianti. Il loro scopo è quello di menomare e uccidere indiscriminatamente, e pongono un serio problema di sicurezza per coloro che, come fotografi e cameraman, devono seguire i politici da vicino. Gli istigatori di attentati suicidi dovrebbero essere processati come criminali di guerra”.