Monday, October 01, 2007

Come calcolare i rischi


Kabul. Oggi ho intervistato due capi talebani. Ne è nata una discussione sul mestiere di reporter che può interessare qui. Barba mi ha chiesto: "Mi intriga un pò cercare di immaginare e capire il metro con cui riesci a valutare il rischio. L'esperienza può essere una componente ma non può essere solo intuizione (pur se dettata dall'esperienza) Sarebbe come giocare a testa e croce o alla roulette russa".

E invece sì. Quando hai esperienza, cioè un passato alle spalle dove magari hai commesso anche errori (per fortuna non fatali) l'intuizione è decisiva.
Partiamo da un presupposto. La nostra vita, in certi posti, la mettiamo in mano ai nostri stringers. Dunque intanto è importantissimo questo rapporto. Con Shafique a Kabul lavoro dal 2001, per arrivare "oltre" bisogna conoscersi bene. Come con Mahdi a Baghdad che mi ha salvato la vita. Con loro il rischio di essere venduto, che è il più alto, per esempio non c'è. Conosco le famiglie, ci vogliamo bene. Te ne potrei raccontare tante. A Mogadiscio per esempio Mohammud non si fidava neppure di me, cambiava sempre percorso e appuntamenti, perchè - diceva - io ti sono fedele ma ho tre figli e...se devo scegliere fra te e loro chi scelgo? In genere si fa un passo per volta. A Medellin, in Colombia, ho cambiato quattro autisti prima di azzardarmi a chiedere di portarmi nel covo di Pablo Escobar.
Partendo da questo, si arriva ai contatti. Devi credere nei contatti, in quelle che noi chiamiamo fonti. Non solo per rischiare la vita, ma anche nel dare certe notizie esclusive. Nel caso, famoso, di Farouk io mi sono fidato di Graziano Mesina (e lui di me). Ci siamo annusati per settimane prima di fidarci.
Mastrogiacomo a Kandahar, e anche i due funzionari del Sismi a Herat, hanno evidentemente sbagliato contatti. Non ci giriamo intorno: sono stati venduti.
C'è un'ultima componente. Devi stare nel "tuo" territorio, cioè quello del tuo stringer. Mahdi non l'ho portato a Najaf. Shafique a Kabul è copertissimo: è un tagiko in una città tagika, ha combattuto per anni i russi dietro il comandante Massoud da mujaeddin, a Kabul conta, l'ho visto: mi porta da tutti, a qualsiasi livello, mi fa entrare in Afghanistan senza visto, abbraccia ministri e capi della polizia. A Kabul sto nelle sue mani e mi fido ciecamente. Non andrei mai con lui in terra pashtun, men che meno a Kandahar.
Credo di essermi spiegato. Caro Barba, sembra incredibile ma come al solito è sempre la testa al centro di tutto. A parte il culo.

Non spegnete la luce

Venti anni fa i morti furono almeno tremila. Ma nessuno li ha visti. Se il primo dovere di un regime totalitario è reprimere le voci dissenzienti, il secondo è spegnere la luce dell’informazione, occultare i crimini, la repressione, le stragi. Ma anche la Birmania, oggi, suo malgrado, è nell’era internet. Birmania

Iraq, già quarantacinque giornalisti morti

Il giornalista, Abdel Khaleq Nasser, del giornale 'Sada al-Mussel', è rimasto ucciso per l'esplosione di un proiettile di mortaio davanti casa, nel quartiere Bab Abiyad di Baghdad. Con l'uccisione di Nasser sale ad almeno 237 (secondo una stima effettuata dall'Iraqi Journalist Union) il numero degli operatori dei media uccisi in Iraq dall'inizio della guerra (marzo 2003).

Slovenia, petizione contro la censura

La Slovenia è stata spesso descritta come una storia di successo tra le transizioni dell'Est. Ora i suoi giornalisti si ribellano e fanno sentire forte la loro voce di protesta per lo stato preoccupante della libertà di stampa nel paese governato da Janez Janša. 438 firme autorevoli da tutti i media del paese e di tutte le età confermano che in Slovenia la libertà di espressione è sotto torchio. Una lettera forte, volutamente semplice e chiara, da cui trapela anche la preoccupazione per il complice silenzio di un'Unione Europea indifferente a temi che un tempo erano parte della sua identità e che dovrebbero esserlo ancora. Osservatorio Balcani

Attentato al direttore di Shabelle

Due persone armate, non meglio identificate, avrebbero cercato di uccidere il giornalista Jafaar Mohammed ‘Kunai’, direttore responsabile dell’emittente somala Radio Shabelle, obiettivo di un attacco nei giorni scorsi da parte delle truppe governative e costretta a interrompere le trasmissioni. Il tentato omicidio, secondo un comunicato diffuso da Reporters Sans Frontieres, avvenuto il 24 settembre nel centro di Mogadiscio, sarebbe andato a vuoto, e gli assassini sarebbero riusciti a scappare. “Presi nel fuoco incrociato degli assassini mirati e degli arresti arbitrari, i giornalisti somali hanno raggiunto condizioni critiche, che mettono a rischio l’esistenza stessa di un’informazione indipendente nel paese” recita il documento, denunciando il clima di persecuzione a cui sono sottoposti, oltre che a Mogadiscio anche nel Puntland e nel Somaliland, regioni semiautonome del nord, e nell’Hiran, nel sud, molti operatori della stampa indipendente. Tre di essi sarebbero stati arrestati dopo aver scattato fotografie dei combattimenti in corso tra l’esercito del Somaliland e milizie dissidenti. Contro la chiusura di Radio Shabelle, e la persecuzione della stampa libera, l’Ue ha presentato la scorsa settimana una protesta indirizzata al governo di transizione somalo, mentre denuncie analoghe sono state espresse da alti funzionari Onu. Le autorità di Mogadiscio hanno affermato che sono in corso indagini sull’accaduto.

Sunday, September 30, 2007

Siamo tutti birmani


"Una macchia di rosso, colore simbolo della rivolta del popolo birmano, sui media italiani come segno di solidarietà ai colleghi e ai cittadini che rischiano la vita in queste ore in Myanmar in nome della libertà". Questa la proposta lanciata da Information Safety and Freedom, che sostiene l’iniziativa lanciata dai conduttori del Tg1 e propone di allargarla a tutti. "I media comunicano attraverso simboli e grafica. Se i giornali e i telegiornali uscissero con un segnale visibile di solidarietà nell’abbigliamento dei conduttori di tg o nella grafica dei giornali, questo darebbe testimonianza della compattezza della categoria al fianco dei colleghi presi di mira dalla repressione della giunta militare birmana e a sostegno della pacifica protesta del popolo e dei monaci di quel Paese. La battaglia per i diritti umani non ha confini. Oggi siamo tutti birmani, così come ci sentiamo iraniani, iracheni, afghani, russi, cinesi, colombiani, filippini. La repressione sanguinaria della vita e della libertà dell’uomo non può mai essere considerata un «affare interno». La libertà è affare di tutti. A cominciare dai giornalisti".
L'ultimo blogger da Rangoon

Thursday, September 27, 2007

Così muore un fotoreporter



Giace a terra Kenji Nagai, il fotoreporter giapponese della Afp, colpito a morte dalla polizia birmana. Prima di spirare ha ancora la forza di fare l'ultimo scatto. Nagai, 52 anni, è stato colpito da spari nei pressi della pagoda di Sule, dove manifestavano oltre diecimila persone. A documentare il momento drammatico della sua morte è un collega della Reuters. Vedete proprio il momento del suo assassinio: ferito sta ancora fotografando quando un poliziotto passando gli spara a morte. Resta a terra esanime mentre i militari birmani corrono ad accanirsi sulla folla. Sembra che sia stato ucciso anche un reporter tedesco, ma la notizia non è confermata. In Birmania caccia ai giornalisti stranieri

Permettetemi una nota personale. Spesso la nostra categoria è attaccata, non rispettata, derisa. A tavolino si fanno analisi e si fanno le pulci al rimborso spese come se i soldi (ma neppure è vero: guadagniamo quanto quelli che seguono Miss Italia) servissero a cacciare paure e pericoli.
Basterebbe questa foto per capire il destino di un reporter. Quell'estremo atto di testimonianza è doloroso e commovente. Un simbolo di una categoria a cui mi sento fiero di appartenere.
Forse adesso qualche imbecille capirà perchè divento una bestia quando si attacca chi fa il mio mestiere. Quest'immagine dà il senso fisico dei rischi. Non è un film: quel fotografo coreano, nè più ragazzino nè eroe, è morto davvero. Facendo come ultimo atto quello che ha sempre fatto: raccontare una strage, i mali del mondo.
Per me in qualche modo è normale. Sto a Kabul, semplicemente a lavorare. Ma basta uscire e la tua vita è in mano a chi sta molto, ma molto più in alto di noi.


Basterebbe anche la caccia che i birmani danno ai giornalisti per capire l'importanza dei testimoni. Sono scomodi, scomodissimi. Se non ci fossero stati i reporter nessuno saprebbe adesso cosa sta succedendo, il massacro. La cosa ignobile è che tutti vogliono sapere tutto ma poi sono contro la categoria degli inviati: se non ci fossero loro come potrebbero sapere e discutere? Purtroppo ci sono i cretini anche fra noi, come il direttore di Libero che si permette di dire che "è uguale stare a Milano o a Baghdad". Certo, così sarebbe tutto omologato con un paio di telefonate alle fonti, cioè ai padroni del mondo. Le testimonianze forti che invece arrivano dalla Birmania stanno indignando tutti e forse questa carneficina di un regime protetto dai grandi finirà. Non invidio per niente i colleghi, coraggiosissimi, che stanno adesso a Rangoon.

Iraq, morto un altro reporter

Un commando armato ha ucciso ieri a Baghdad il giornalista iracheno Jawad Saadun al Daami, che lavorava per l'emittente tv 'al Baghdadiyah'. Lo hanno riferito fonti di polizia citate dall'agenzia Aswat al Iraq, secondo cui "uomini a bordo di un'auto hanno intercettato al Daami nel quartiere al Qadissiyah e lo hanno ucciso a colpi d'arma da fuoco". Con al Daami, 40 anni, sposato con figli, sale ad almeno 236 (secondo una stima effettuata dall'Iraqi Journalist Union) il numero dei reporter uccisi in Iraq dall'inizio della guerra nel 2003.

Ucciso giornalista critico con il governo

Salvador Sanchez, noto giornalista salvadoregno è stato ucciso mentre usciva dalla sua abitazione per recarsi al lavoro. Sanchez lavorava per tre emittenti considerata di "sinistra" e critiche nei confronti del governo conservatore di Antonio Saca. Secondo quanto diramato dalla polizia non ci sarebbero testimoni oculari dell'omicidio. Gli inquirenti escludono che l'assassinio del giornalista sia avvenuto a scopo di rapina considerando che a Sanchez non è stato rubato alcun effetto personale. Il padre del giornalista ha fatto sapere che negli ultimi tempi il figlio era molto preoccupato.

Saturday, September 22, 2007

Monem è libero


Vi ricordate di Monem? Il giornalista-blogger egiziano arrestato ad aprile scorso in Egitto? Ne parlò il friends vegekuu qui su Blogfriends, post poi ripreso sul mio blog. Bè, Monem finalmente è stato liberato dalle autorità egiziane il 2 giugno di quest'anno dopo essere stato interrogato per ore sui blog e i blogger. Mi piace pensare che anche la solidarietà che gli abbiamo regalato e le firme a sostegno della petizione per la sua liberazione venute da ogni parte del mondo siano servite a qualcosa. Almeno a farlo sentire meno solo. Miracoli del web? (Colgo l'occasione per ringraziare della citazione immeritatamente ricevuta dal blog creato a supporto della causa di Monem) BlogFriends

Myanmar, violenze contro la stampa libera


La Burma Media Association ha denunciato il continuo ricorso alla violenza contro i giornalisti che tentano di coprire le quotidiane manifestazioni sull'aumento del costo della vita che durano dal 19 agosto. In un solo mese sono state verificate 24 gravi violazioni della libertà di informare. Tali violazioni sono state compiute da poliziotti, militari, membri dell’USDA (milizia pro-giunta) o responsabili governativi della censura. Privati di ogni sorta di informazione indipendente, numerosi cittadini ascoltano i servizi in birmano di radio internazionali (RFA, VOA, BBC, DVB) e guardano clandestinamente le emissioni settimanali della catena televisiva DBV TV. Intanto l'Ufficio della censura sta negando sistematicamente la pubblicazione di ogni articolo che tratti l'argomento manifestazioni. I responsabili dei media privati hanno ricevuto l'ordine di pubblicare solo articoli favorevoli al governo e ostili al "nemico sia interno che esterno". Situazione insostenibile nell'ex Birmania se anche i monaci protestano

La Turchia blocca Youtube

Reporters sans frontières ha denunciato la decisione di un tribunale turco di bloccare l'accesso al sito di videosharing YouTube, lo scorso 18 settembre 2007. "Decidere di bloccare tutto il sito solo a causa di qualche video è certamente una misura sproporzionata. Chiediamo alle autorità di revocare questa decisione," ha dichiarato l'organizzazione. L'oscuramento di YouTube è stato deciso dopo l'inserimento on-line di alcuni filmati considerati insultanti nei confronti del fondatore della Repubblica turca, Mustafa Kemal Atatürk, il presidente Abdullah Gül, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan e l'esercito. Sarebbe stato un abitante della città di Sivas a lamentarsi del contenuto dei filmati. Secondo quanto è stato riferito dall' Agenzia di stampa nazionale, Anatolia, il Consiglio turco delle Telecomunicazioni è stato incaricato dalla corte di proibire progressivamente l'accesso al sito. I responsabili di YouTube hanno affermato in un comunicato, poi diffuso da Anatolia, di essere pronti a cooperare con le autorità per risolvere rapidamente la questione. A marzo, il sito YouTube era già stato bloccato da un tribunale turco. L'accesso era stato ristabilito dopo che i filmati considerati oltraggiosi dalle autorità erano stati eliminati.

Fu licenziato per colpa di Bush


L'anchorman autore dello scoop (poi smentito) sui guai di Bush durante il servizio militare, fa causa alla Cbs che lo ha licenziato.«Hanno deciso di sacrificare il giornalismo indipendente a favore di guadagni finanziari» ha detto Rather. La sua rimozione avvenne nel marzo del 2005, mentre la storia dello scoop «azzoppato» è del settembre dell'anno precedente. Dalla diffusione delle notizie sulle presunte mancanze del giovane Bush (e delle relative smentite) fino al momento dell'allontanamento effettivo, Rather subì alcuni declassamenti, prima con la riduzione del programma "60 minutes" e poi con la sua sostituzione alla conduzione delle "Evening News". Corriere.it

Somalia, chiude un'altra radio

L’emittente indipendente somala ‘Radio Shabelle’ ha pubblicato oggi sul suo sito web un comunicato in cui denuncia la chiusura delle trasmissioni dopo il violento attacco subito nei giorni scorsi dalle forze armate del governo di transizione di Mogadiscio, che ha distrutto gran parte delle sue attrezzature. “E’ con tristezza che annunciamo la sospensione delle attività – recita il documento – poiché i colpi d’arma da fuoco sparati per oltre due ore e mezza contro i nostri uffici hanno provocato danni incalcolabili che ci impediscono di continuare ad operare”. L’attacco, definito dal direttore di Shabelle, Yusuf Mahmoud Abdimaaliki, “un attentato alla libertà di informazione nel paese”, è solo l’ultimo dei pericoli che “continuamente minacciano le nostre strutture e la vita dei nostri giornalisti”. Secondo Abdimaaliki, durante l’assedio di ieri alla redazione, gli oltre 30 tra giornalisti e membri dello staff presenti, si sono nascosti sotto i tavoli per sfuggire ai proiettili che entravano dalle finestre e le porte. Ancora uno dei tecnici della stazione radio sarebbe intrappolato nell’immobile circondato dall’esercito. “Facciamo appello ai giornalisti locali ed internazionali perché esercitino pressioni sul governo somalo al fine di far evacuare completamente lo stabile e garantire la libertà di espressione e informazione in Somalia”. Di fatto nelle ultime 24 ore l’emittente non ha effettuato alcuna trasmissione.

Parnaz Azima lascia Teheran

Parnaz Azima, la giornalista di Radio Farda, l'emittente statunitense in lingua farsi, ha lasciato l'Iran dopo otto mesi. La giornalista, che ha la doppia cittadinanza iraniana e statunitense, era giunta in Iran a gennaio per far visita alla madre malata. Subito dopo il suo arrivo le erano stati tolti i due passaporti. Azima era accusata di ''propaganda anti regime'' e ''spionaggio a favore di potenze straniere'', ed era libera dietro il pagamento di una cauzione di 450mila euro. Azima, che è giunta a Praga, dove ha sede Radio Farda, ripartirà per gli Stati Uniti per un periodo di riposo.

Giornalisti inglesi aggrediti a Pechino

Reporters sans frontières da duramente condannato il trattamento riservato a due giornalisti britannici Andrew Carter e Aidan Hartley e al loro stringer cinese Dean Peng, collaboratori del programma "Unreported World" del canale televisivo britannico Channel 4. Lo scorso 14 settembre, durante un sopralluogo in un quartiere di Pechino ovest per un reportage su alcuni firmatari di una petizione arrestati dalla polizia, i giornalisti sono stati aggrediti da alcuni impiegati di un centro di detenzione illegale. Alcuni funzionari della città di Nanyang hanno picchiato i reporter, cercato di sequestrare e rompere le loro telecamere. Quando la polizia è arrivata, gli aggressori hanno smesso di aggredire fisicamente i giornalisti ma questi ultimi sono stati immediatamente fermati dai poliziotti. Andrew Carter e Aidan Hartley sono stati interrogati per sei ore. Gli agenti dell'Ufficio della sicurezza pubblica hanno chiesto loro di firmare un documento con il quale avrebbero ammesso di aver violato la legge cinese. Davanti al loro rifiuto, gli agenti hanno cercato di intimidirli e hanno rifiutato loro cibo e acqua. Lo stringer è stato fermato per un totale di 16 ore. Secondo quanto Dean Peng ha riferito, la polizia voleva costringerlo a smettere di lavorare con i giornalisti stranieri. Questo nuovo caso sottolinea il non-rispetto da parte delle autorità cinesi della normativa che dovrebbe regolare l'attività di tutti i giornalisti stranieri in Cina, adottata nel mese di gennaio 2007.

Cina, liberati dopo anni di prigione

Zhao Yan, collaboratore cinese del quotidiano americano New York Times è stato liberato. La sorella del giornalista ha confermato che il reporter è uscito dal carcere della capitale cinese dove era detenuto, la mattina del 15 settembre. Bill Keller, direttore del New York Times, ha espresso la sua gioia per la liberazione di Zhao Yan in un comunicato. «Abbiamo sempre sostenuto che Zhao Yan fosse un giornalista rispettabile e un vero professionista, il cui unico reato sembra essere stato quello di aver fatto il suo mestiere. Ora speriamo che Zhao Yan, dopo aver scontato la sua condanna, possa riprendere il suo lavoro senza restrizioni di alcun tipo». Il 13 settembre, anche il giornalista e cyberdissidente Li Yuanlong era stato liberato. Arrestato il 25 settembre 2005 nella provincia di Guizhou (Sud), il giornalista era poi stato condannato a due anni di detenzione con l'accusa di "sovversione". Secondo quanto ha riferito il sito Boxun, la sera del 13 settembre 2007, le guardie del carcere hanno chiesto a Li Yuanlong di prendere i suoi effetti personali. Dopo numerosi controlli, alcuni poliziotti hanno riportato il giornalista a casa durante la notte. La famiglia di Li Yuanlong lo ha accolto con sorpresa perché le autorità avevano rifiutato fino ad allora di confermare la data esatta della liberazione del prigioniero. Numerosi difensori dei diritti umani si sono recati nella sua abitazione, il giorno dopo la liberazione, per salutarlo e verificare le sue condizioni fisiche. Giornalista del quotidiano locale 'Bijie Ribao', Li Yuanlong scriveva con lo pseudonimo di Ye Lang ("il lupo della notte") e spesso evocava la problematica della povertà che colpisce le zone rurali della Cina. Aveva inoltre scritto alcuni saggi pro-americani pubblicati da siti Internet basati all'estero.

Fatwa contro vignettista svedese

Abu Omar al Baghdadi, il leader dello “Stato islamico dell'Iraq”, ha lanciato due giorni fa su internet un appello per uccidere Lars Vilks, autore di una vignetta su Maometto, e Ulf Johansson, caporedattore di un quotidiano locale svedese che l'ha pubblicata per primo. Ha promesso inoltre una ricompensa di 100mila dollari per l'uccisione del vignettista (150mila se sgozzato) e 50mila dollari per l'uccisione del caporedattore. Ha chiesto le scuse dei “crociati” di Svezia minacciando di prendersela in caso contrario con le grandi industrie del Paese scandinavo, come Ericsson, Scania, Volvo, Ikea o Electrolux. Il vignettista, sotto protezione della polizia, è rientrato in Svezia dopo un soggiorno in Germania ma le autorità non lo hanno per il momento autorizzato a tornare nella sua casa, ha spiegato il disegnatore all'agenzia svedese Tt. “La polizia ritiene che la situazione sia seria. Non posso dunque dire dove mi trovo”, ha spiegato. La pubblicazione, il 18 agosto, sul 'Nerikes Allehanda', un quotidiano locale della città di Orebro (a ovest di Stoccolma), di un disegno che rappresenta il profeta con un corpo di cane, ha dato vita a una durissima polemica in Svezia e all'estero. Nel Paese scandinavo sono state organizzate manifestazioni e si è scatenato un dibattito sui mass media nazionali sul dialogo e sul rispetto della libertà di stampa. Egitto, Iran e Pakistan hanno inoltre protestato attraverso canali diplomatici.

Nepal, morte misteriosa

Il corpo di Shankar Panthi, 34 anni, corrispondente del giornale promaoista 'Naya Satta Daily' edito nella città di Sunawal è stato ritrovato ai bordi di una strada. Il giornalista stava ritornando all'ufficio in bicicletta dopo aver realizzato un articolo sulla distruzione di un ufficio della Lega della gioventù comunista. La polizia ha subito privilegiato la tesi di un incidente stradale, arrestando anche un conducente di bus, ma la morte del giornalista è più che sospetta. L’Associazione dei giornalisti non scarta affatto la tesi dell'omicidio e ha richiesto che sul suo corpo sia effettuata una autopsia condotta da tre medici, per garantire l'imparzialità del verdetto. Abitanti della città di Sunawal, ancora meno convinti della tesi della polizia, hanno bloccato per ore alcune strade e il mercato locale per fare pressione sulle autorità locali al fine di richiedere una onesta inchiesta sul fatto.

Monday, September 17, 2007

Contro Guantanamo


Protesta davanti all'ambasciata americana a Seul (Corea del sud) a favore della chiusura del carcere di Guantanamo.

Condannati a morte in ventitrè minuti



Essere giornalisti nella Repubblica Islamica di Mahmoud Ahmadinejad, soprattutto se non allineati con l’attuale governo, è un reato grave. Lo hanno denunciato proprio in questi giorni 120 tra le più prestigiose firme del giornalismo iraniano, in una lettera indirizzata al governo, nella quale denunciano le forti pressioni che subiscono ogni giorno nell’esercizio della loro professione. L’associazione Reporters sans frontières continua a definire la Repubblica Islamica «la più grande prigione dei giornalisti nel Medio Oriente». L’Iran ha anche un altro primato, quello di essere il secondo paese, preceduto solo dalla Cina, per il numero delle condanne a morte eseguite, che sono ormai quotidiane. Le grandi agenzie internazionali aprono i loro notiziari trasmessi da Teheran con la notizia della condanna, o delle condanne, eseguite o emesse in giornata. Due di queste condanne emesse recentemente dal Tribunale della Rivoluzione di Sanandaj, nel Kurdistan iraniano, riguardano due giovani curdi. Adnan Hassanpour e Hiwa Boutimar, ex redattore del settimanale Asu, chiuso nell’estate del 2005 dopo alcune manifestazioni nelle città curde, per la sola ragione di aver informato la cittadinanza delle richieste dei manifestanti, sono stati condannati, lo scorso 17 luglio, alla pena di morte. Sono stati definiti dalla corte rivoluzionaria mohareb, nemici di Allah. Non sono i primi a essere condannati per questo reato che non è mai stato definito nel codice penare iraniano. Sono nemici di Allah i trafficanti di droga, gli omosessuali, i laici e i controrivoluzionari. Praticamente tutti possono essere definiti nemici di Allah, a maggior ragione se, come Adnan e Hiwa, si tratta di giornalisti, ambientalisti, laici e socialisti. Adnan e Hiwa sono stati condannati in un tribunale a porte chiuse: non era consentito essere presenti nemmeno agli imputati e ai loro due avvocati. I due difensori hanno appreso della condanna a morte per impiccagione dei loro assistiti solo dopo che le famiglie dei due giornalisti avevano ricevuto la comunicazione giudiziaria. Adnan e Hiwa, trasferiti qualche giorno prima del processo, durato 23 minuti, dal carcere della loro città, Marivan, al centro di detenzione del ministero dell’Intelligence a Sanandaj, hanno saputo della loro condanna a morte casualmente e una settimana dopo. Da allora hanno iniziato uno sciopero della fame, che dura ormai da due mesi. Ahmad Rafat Appello per Adnan e Hiwa

Volevano documentare il dramma di Gaza

"I servizi di sicurezza di Hamas nella Striscia di Gaza hanno arrestato sei giornalisti arabi", a sostenerlo è l'agenzia di stampa Palestine Press vicina al movimento di Fatah. I reporter sarebbero stati assaliti dalle milizie di Hamas mentre tentavano di assistere alla preghiera del venerdì in piazza El Katiba a Gaza. Fatah aveva chiesto ai suoi sostenitori a Gaza di andare a pregare nella piazza come segno di protesta contro Hamas. E secondo l'agenzia di stampa, le milizie di Hamas hanno assalito i cronisti distruggendo i loro apparecchi fotografici e confiscando i registratori. I reporter rapiti sono Salem Abu Salem, fotografo dell'agenzia di stampa Palestine Press; Zakaria Abu Herbid e Mohammed Abu Seidu, rispettivamente reporter e fotografo dell'agenzia di stampa Ramatan; Sawah Abu Seif, giornalista di una televisione tedesca e un suo assistente; Ibrahim Iaghi, cronista di una televisione giapponese.

Cina, vietate poesie su Tienanmen

La raccolta di poemi sugli avvenimenti del giugno 1989, "Liusi Shiji" ("Raccolta sul 4 giugno"), è stata inscritta nella lista delle opere proibite. Jiang Pinchao, coordinatore della raccolta, contattato da Radio Free Asia, ha dichiarato: "Non siamo minimamente sorpresi da questa censura. Le autorità non vogliono alcun turbamento pubblico in occasione della apertura del loro Congresso che avverrà il 15 settembre". Il libro è stato proibito fino alla fine dell'anno. In caso di non adempimento alla proibizione la raccolta verrebbe confiscata in tutte le librerie.

Iran, nuovi attacchi contro la stampa

L’ayatollah Khamenei ha di nuovo violentemente attaccato i media iraniani accusandoli di "malevolenza" e di "collaborazione con i media stranieri". L’ayatollah ha ugualmente denunciato "l'esagerazione" dei titoli degli articoli che avevano salutato, il 3 settembre scorso, la nomina dell'ex presidente della Repubblica Akbar Hashemi Rafsanjani alla testa dell'Assemblea degli esperti (il conclave politico-religioso a cui la Costituzione iraniana attribuisce il potere di scegliere la Suprema Guida, contestarne le scelte ed eventualmente imporne le dimissioni). Tali dichiarazioni seguono di appena una settimana la pubblicazione di un comunicato, firmato da 150 giornalisti, che protestavano contro il degrado della situazione della libertà di stampa nel Paese. Nel testo, essi denunciavano la convocazione di molti direttori di giornali da parte del procuratore di Teheran, Saïd Mortazavi, per impedir loro di pubblicare notizie riguardanti la sorte di tre studenti incarcerati da tre mesi per aver reso pubblici articoli giudicati "anti-islamici". Intanto la giornalista irano-americana di Radio Farda, Parnaz Azima, è stata convocata da agenti del ministero dell'Informazione, che le hanno comunicato che poteva ritirare il passaporto e quindi lasciare il Paese. La giornalista (al centro di una querelle internazionale) aveva visto confiscare il passaporto al suo arrivo in Iran nel gennaio 2007 mentre tornava a visitare la madre gravemente malata. La giornalista è tuttora perseguita nel Paese per "attività controrivoluzionaria e azioni contro la sicurezza dello Stato".

Marocco, libertà ancora lontana


Mentre le elezioni che si sono appena tenute dovrebbero dimostrare il livello di sviluppo democratico del Marocco, la libertà di stampa è messa in discussione da alcuni recenti provvedimenti. Il direttore e uno dei redattori del settimanale 'Al Watan Al An' sono stati condannati per aver pubblicato notizie riservate sul piano antiterrorismo del governo e Ahmed Benchemsi, il direttore dei giornali 'TelQuel' e 'Nichane', è sotto processo per un editoriale che criticava il re e che è stato considerato “offensivo”. Dall’ascesa al trono di re Mohammed VI, nel 1999, bene 34 testate sono state censurate e 20 giornalisti sono stati condannati a pene detentive. In questo clima surriscaldato, non manca un aspetto che può far sorridere: se Benchemsi è sotto processo è perché gli viene rimproverato, come scrive lui stesso, non tanto il contenuto del suo articolo, quanto il fatto che si rivolgesse al re in “darija”, l’arabo parlato in Marocco, considerato lingua nazionale da alcuni e un dialetto volgare da altri. Mélange di parole spagnole, portoghesi, francesi e berbere, oltre che arabe, il marocchino è la lingua del popolo e quella in cui è scritto il giornale 'Nichane', mentre l’arabo classico è preferito dalle élite e considerato un elemento unificatore del mondo musulmano. Benchemsi, difendendosi dalle accuse, sottolinea che i testi del governo sono scritti in arabo classico, mentre “il solo documento ufficiale in marocchino resta, fino ad oggi… il Codice della strada!” E commenta: “Lo Stato sostiene la propaganda ufficiale che vuole assimilarci, volenti o nolenti, agli Arabi mediorientali, ma quando si tratta di questioni di vita o di morte (al volante) non si scherza più: bisogna comunicare nella lingua del popolo, la sola che si comprenda chiaramente”.

Pestaggio in diretta

Un giornalista australiano della rete televisiva "Seven" e' stato buttato a terra e picchiato da due uomini fuori dalla stadio, ieri a Melbourne,subito dopo aver assistito ad una partita del campionato di rugby. Ben Davis, cosi' si chiama il giornalista, non ha subito gravi lesioni ma la polizia ha potuto arrestare i suoi aggressori perche' il pestaggio e' avvenuto in diretta e le telecamere del network australiano hanno continuato a riprendere tutto. Il filmato

Arrestato giornalista palestinese

Faeq Jarada, un giornalista della televisione pubblica palestinese, è stato arrestato ieri sera nella città di Gaza dalla polizia di Hamas, secondo quanto hanno rivelato alcuni testimoni oculari e i suoi familiari. Jarada sarebbe stato prelevato dalla sua abitazione da agenti della Forza esecutiva del movimento islamista. Nel blitz sarebbero state sequestrate diverse videocassette. Hamas aveva annunciato l'intenzione di applicare una legge sulla stampa del 1995, che l'allora presidente Yasser Arafat aveva voluto per meglio controllare l'informazione. La legge, di fatto, non era mai stata applicata, anche se formalmente è sempre restata in vigore. Condannata dai giornalisti palestinesi, la normativa tra l'altro vieta la pubblicazione di notizie atte a compromettere l'unità nazionale e di diffondere informazioni segrete sulla polizia e le forze di sicurezza.

Cile 1973: quattromila vittime, anche reporter



Anche quest'anno ISF rende omaggio ai 68 operatori dei media (21 giornalisti, 20 fotoreporter o cameramen, 27 grafici o tipografi) - che figurano tra le oltre 4.000 persone uccise o scomparse durante la dittatura di Augusto Pinochet, iniziata l’11 settembre 1973 e conclusasi nel 1986. La maggior parte degli operatori dei media uccisi furono arrestati, torturati e assassinati nella settimana che seguì il colpo di Stato, ma una legge promulgata dalla giunta nel 1978 amnistiò tutti i crimini commessi anteriormente. Durante gli anni ‘80 altri giornalisti furono uccisi durante la repressione che seguì un’ondata di proteste che fecero da preludio alla fine della dittatura. L’ultimo giornalista ucciso dalla dittatura fu José Carrasco Tapia. Nel luogo dove il suo corpo fu ritrovato massacrato, un monumento alla memoria dei giornalisti uccisi o scomparsi durante il regime di Pinochet fu inaugurato l’8 settembre 1999.

A Guantanamo, in fin di vita

Lontano dalle telecamere, dai palazzi del potere, dal Pentagono e dalla Casa Bianca, si consuma l'altra faccia della guerra al terrorismo: quella dei dimenticati o dei senza nome, a volte incolpati o incarcerati per semplici sospetti di terrorismo. E' il caso di Sami al-Hai, un giornalista sudanese di Al Jazeera catturato sei anni fa in Afghanistan e da allora detenuto nella prigione americana di Guantanamo, senza accuse formali, senza un processo a suo carico. E' il britannico Independent, nella sua edizione online, a raccontare la storia. Sami, da giorni in sciopero della fame, si starebbe lasciando morire. Lo ha detto un'equipe di medici psichiatri inglesi e americani che lo ha visitato. Il suo si appresta a diventare così il quinto caso di "suicidio passivo" avvenuto a Guantanamo, dopo quello di tre sauditi e di un yemenita, tutti e quattro trovati morti suicidi nelle loro celle nel centro di detenzione a Cuba. Sami al-Hai, di 38 anni, fu inviato in Afghanistan all'indomani dell'invasione statunitense nell'ottobre del 2001. Il mese successivo lasciò il Paese diretto per il Pakistan insieme alle troupe di Al Jazeera; tentò di tornare in Afghanistan solo dopo aver ricevuto un nuovo visto di ingresso all'inizio di dicembre. Fu allora che Sami venne arrestato dalle autorità pakistane su ordine del comando statunitense. Venne poi consegnato alle autorità americane nel gennaio del 2002, deportato nel centro di detenzione di Bagram in Afghanistan, poi a Kandahar, e successivamente approdò a Guantanamo nel giugno del 2002. La storia

Tutte le bugie del Cremlino



Fra tre settimane sarà il primo anniversario della morte di Anna Politovskaya. Sotto accusa naturalmente (da subito) il Cremlino a cui la coraggiosa giornalista russa da tempo creava grattacapi. E proprio con il montare della reazione internazionale, Putin - dopo un silenzio agghiacciante - adesso sforna notizie ogni giorno. Arresti gratuiti, incriminazioni improbabili frutto di un'inchiesta dai contorni misteriosi visto che sono stati cacciati di botto gli investigatori che indagavano sull'omicidio sostituiti non si sa da chi. Stamattina a Mosca hanno catturato Shamil Durayev: sarebbe lui, secondo le autorità, ad aver organizzato l'assassinio di Anna. Insomma, il mandante. Bisogna sapere però che l'obiettivo degli attacchi della Politovskaya è sempre stato Ramzan Kadirov, presidente ceceno pupazzo del Cremlino. Lo aveva sempre accusato direttamente, anche nell'ultimo articolo, per le torture a Grozny. E proprio Kadirov aveva cacciato Durayev: nel 2003, tre anni prima dell'omicidio di Anna. Insomma Durayev nemico giurato di Kadirov: e perchè doveva uccidere la giornalista? Mi ricorda tanto quando fui rapinato a Mosca, nell'immediato post-comunismo. Quando andai al commissariato per la denuncia, mi fecero vedere le foto segnaletiche di tutti ricercati ceceni. Io, che frequentavo da due anni la Russia e capivo molte parole, a spiegare: ma no, sono russi, non ceceni. E loro niente: sono ceceni, siamo sicuri. So anche, per tornare alla notizia di oggi, che la "Komsomolskaya Pravda" (la verità dei giovani comunisti) che ha lanciato ed enfatizzato l'arresto è vicinissima a Putin. Probabilmente ha ragione Ilia, il figlio di Anna: "In Russia è cominciata la campagna elettorale e c'è chi vuol ripulirsi la faccia". Il popolo russo è paziente, fatalista ma non stupido. E soprattutto non dimentica. L'inferno Cecenia

Egitto, condannati ai lavori forzati

Un anno di lavori forzati, 25mila lire egiziane (circa 2.500 euro) e 10mila lire egiziane (circa 1.300 euro) di cauzione. Durissima la condanna emessa da un tribunale del Cairo nei confronti di 4 direttori di giornali. Secondo la sentenza, Abdel-Halim Qandil (settimanale “Karama”), Ibrahim Issa (nella foto, quotidiano “El Dostur”), Adel Hammouda (settimanale “Al Fagr”) e Wael Al-Abrashi (quotidiano “Sawt al-Umma”) sono colpevoli di “aver nuociuto alla reputazione della Nazione, diffondendo consapevolmente notizie false e tendenziose”. Avverso la sentenza, i quattro giornalisti egiziani hanno deciso di presentare ricorso. Intanto, Ibrahim Issa, direttore di “Al-Dostur”, quotidiano vicino ai Fratelli Musulmani, fra pochi giorni dovrà comparire di nuovo in tribunale, per aver dato risalto alle voci che, alla fine di agosto, davano insistentemente per morente, se non già addirittura cadavere, il presidente egiziano Hosni Mubarak. Voci, subito rimbalzate all’estero, che avevano poi costretto lo stesso Rais a comparire in pubblico e in TV per dimostrarne l’infondatezza. All’origine della condanna dei 4 giornalisti c’è la denuncia di Ibrahim Rabe’a Abdel-Rasul, un oscuro avvocato, membro dell’onnipotente Partito Nazional-Democratico. L’accusa: aver diffamato, con una serie di articoli pubblicati fra luglio e settembre 2006, il presidente egiziano Mubarak, suo figlio Gamal (vice-segretario generale del Partito), il Primo Ministro Ahmed Nazif e il Ministro dell’Interno. In realtà, gli articoli si limitavano a tentare di far luce sulle oscure manovre (e gli intrighi all’interno del partito) per la successione di Hosni Mubarak, e per averne indicato proprio il suo rampollo Gamal (44 anni) come il più probabile erede alla presidenza. Malgrado le recenti, timide aperture del regime nei confronti della stampa scritta (per la TV egiziana c’è ancora molto da attendere) quello della successione è tuttavia ancora uno dei tabù più inattaccabili: nessuno, per alcun motivo, ha il diritto di criticare il capo dello Stato e il suo “entourage” più stretto. Condannando quattro notissimi esponenti della stampa cosiddetta indipendente, il messaggio è apparso a tutti chiarissimo. Marc Innaro Articolo21

Sunday, July 01, 2007

Testimoni


Abbiamo lasciato questo spazio il primo luglio. Lo riprendiamo adesso, a metà settembre, con una constatazione drammatica. In due mesi e mezzo, solo in due mesi e mezzo, sono morti ventidue reporter: da 62 vittime secondo l'ultimo aggiornamento siamo saliti infatti a 84. Quasi tutte in Iraq: 17 su 22, segno di una strage senza fine, un tributo di sangue altissimo per un guerra sbagliata. Per non parlare dei rapiti, degli imprigionati, dei feriti, dei minacciati. So che il mestiere di giornalista non è amato: nè da chi non vuole testimoni, nè dalla maggior parte della gente che preferirebbe non sapere. E continua a non capire perchè andiamo a rischiare la vita. Non si rende conto di quanto invece sia importante la testimonianza in un mondo che va sempre più alla deriva con poche persone che vorrebbero manipolare tutto. Riprendiamo allora qui il filo, con un impegno più forte. Flashback

Thursday, June 28, 2007

Ricordando Oriana

«Quando la incontrai ero incinta e lei non faceva che ripetermi che avevo fatto una cosa straordinaria a diventare mamma e che per questo mi ammirava. Dopo l'arrivo al mondo di mio figlio Darius John, lei gli spedì un bel regalo e incominciò a impartirmi lezioni su come essere una buona madre, perché secondo lei ciò era altrettanto importante che essere una brava giornalista. Credo che fosse molto invidiosa della mia famiglia e abbia rimpianto enormemente il non aver mai avuto figli». Parla Christiane Amanpour, la giornalista anglo- iraniana che venerdì 29 giugno parteciperà a una giornata di studio in onore di Oriana Fallaci, presso la New York Public Library. Uno dei due appuntamenti della manifestazione «Oriana Fallaci e l'America». Corriere.it

Tuesday, June 26, 2007

Giornalista morto nelle Filippine

Un giornalista della radio di Stato filippina è stato ucciso oggi da ignoti nella più meridionale delle isole Filippine, quella di Tawi Tawi. Lo riferiscono fonti locali, precisando che Vincent Sumalpong, giornalista dell’emittente radiofonica governativa Radyo ng Bayan (la radio del popolo) è stato ucciso da ignoti nella città di Bongao, capoluogo della provincia. Secondo la ricostruzione fornita dalla polizia, il giornalista sarebbe stato bersaglio dei colpi di un sicario mentre era a bordo di una moto con un suo collega, Vema Antham, rimasto ferito nell’agguato. Secondo Antham, ferito a un ginocchio, i sicari erano più di uno. Ignote al momento le ragioni dell’omicidio e la polizia ha detto di aver avviato indagini a tutto todno, prendendo in esame sia l’attività lavorativa di Sumalpong che la sua vita privata. Sumalpong è il terzo giornalista ucciso nelle Filippine dall’inizio dell’anno, ricorda oggi il locale sindacato dei giornalisti, aggiungendo che dal gennaio 2001 (da quando cioè è salita al potere la presidente Gloria Macapagal Arroyo) 52 reporter sono morti assassinati.

Uccisa un'altra reporter irachena

Una giornalista irachena di 35 anni e' stata uccisa mentre si recava al lavoro a Mosul, secondo quanto appreso da fonti della polizia. Zeena Shakir Mahmoud e' stata colpita nel pomeriggio di ieri nel quartiere a maggioranza sunnita di Intisar, nella zona orientale di Mosul, ha riferito il generale Abdul-Karim al-Joubouri. Ex-giornalista radiofonica, Zeena Shakir Mahmoud lavorava per il giornale Al-Haqiqa, un organo del Partito democratico del Curdistan, secondo quanto ha riferito Abdul-Ghani Ali Yahya, responsabile del sindacato dei giornalisti del Curdistan. La donna era di religione sunnita.

Il video choc di Johnston


Arrivano le prime proteste dalla Gran Bretagna per il video rilasciato dai rapitori di Alan Johnston, in cui il giornalista della Bbc viene mostrato con indosso una cintura esplosiva come quelle utilizzate dai kamikaze. Il sito del quotidiano britannico 'The Guardian' rende noto che il Foreign Office ha duramente condannato il video, diffuso dall'Esercitodell'Islam.

Picchiata giornalista ungherese antimafia


Una giornalista ungherese e' stata brutalmente pestata da sconosciuti e ridotta in fin di vita in ospedale. Lo riferiscono i media locali. La donna, Iren Karman, indagava sui traffici della mafia nel settore petrolifero ed e' stata trovata la notte scorsa da un pescatore legata su una riva del Danubio a Budapest. Adesso, secondo quanto confermato dalla polizia, e' ricoverata in fin di vita in un ospedale della capitale e date le sue condizioni non puo' essere interrogata. Oltre alla polizia anche i servizi segreti hanno avviato indagini. Qualche anno fa la giornalista aveva pubblicato un libro sui ''traffici illeciti della mafia del petrolio'' ungherese negli anni '90. Gam

Hamid Mir minacciato di morte


"Sono un uomo fortunato" sostiene Hamid Mir con amarezza, "fortunato perchè ancora vivo. Per quanto ancora non so...ma oggi sono ancora vivo". Hamid Mir ha dovuto lasciare in fretta Islamabad insieme alla sua famiglia, dove svolgeva il suo lavoro alla GeoTv pakistana come inviato e conduttore della trasmissione di approfondimento politico 'Capital Talk' dopo le numerose minacce di morte ricevute nei giorni scorsi. "E' passato poco più di un anno da quel tragico 19 giugno 2006 quando venne ritrovato ucciso il mio collega e carissimo amico Hayatullah Khan tra le pietre di un villaggio del Waziristan (un territorio tribale non lontano dal confine con l'Afghanistan), i suoi polsi portavano ancora le manette e al centro della fronte un evidente segno di una pallottola. Un'autentica esecuzione. La barba lunga e trascurata, i vestiti laceri mi hanno fatto capire che Khan venne a lungo torturato prima di essere ucciso. Hayatullah Khan venne rapito il 5 dicembre 2005 e non si seppe più nulla di lui fino al ritrovamento del suo corpo un anno fa." "La 'colpa' di Khan era quella" - sostiene Hamid Mir - "di aver lavorato con me alla realizzazione di un reportage su una strage di civili compiuta dall'esercito pakistano e dagli uomini dell'ISI (i servizi segreti di Karachi) nella regione del Waziristan. Le autorità pakistane ci avevavo minacciato più volte mettendoci in guardia dal diffondere il nostro reportage che dimostrava come fosse lampante la responsabilità dei militari e dell'intelligence pakistana in quella odiosa strage di civili compiuta durante un'operazione antiterrorismo." "Non esitammo a definire 'terroristi' gli ufficiali che ordinarono la strage" continua Hamid Mir "e questo costò la vita a Hayatullah Khan, sequestrato, torturato e ucciso da sicari di quelle stesse autorità che erano dietro la morte di quei civili, anche se il rapimento venne attribuito a semplici banditi di strada. Ma io so che non è andata così... Già nei giorni immediatamente successivi alla messa in onda del reportage Khan venne minacciato di essere ucciso se non avesse abbandonato la professione di giornalista e chiedesse pubblicamente 'scusa'. Ma Khan, coraggiosamente, rifiutò di piegarsi alle minacce."

E ora di nuovo quelle stesse minacce di morte che hanno portato alla morte di Hayatullah Khan tornano a colpire Hamid Mir, giovane e brillante giornalista pakistano, 41 anni, scrittore e reporter di grande valore e cultura. L'unico reporter al mondo ad aver intervistato tre volte Osama bin-Laden, e l'ultima intervista allo sceicco saudita realizzata dopo l'11 settembre è universalmente considerato il più grande scoop giornalistico degli ultimi sei anni. "Non possono impedirmi - nessuno può farlo - di fare il giornalista, ora certo sono costretto a vivere in condizioni di altissima vigilanza e mettermi in salvo con la mia famiglia. Una scelta obbligata quella di proteggere i miei familiari. Sono felice e fiero di avere una famiglia eccezionale composta da mia moglie e dai miei due figli ancora adolescenti che mi hanno sempre sostenuto in questi difficilissimi anni di lavoro tra Pakistan e Afghanistan. Io stesso appartengo a una famiglia di giornalisti, mio padre Waris era un columnist e un professore di giornalismo all'Università del Punjab, a Lahore. I miei due fratelli e anche mia moglie sono giornalisti....Nessuno potrà impedirmi di fare il giornalista. Dovranno uccidermi per impedirmelo.." "La situazione attuale in Pakistan è gravissima e mi aspetto gravi incidenti e un'ondata di attentati durante il mese di luglio, oltre che un ulteriore limitazione della libertà di stampa. La televisione per la quale lavoro è stata assaltata e parzialmente distrutta dalle forze speciali dell'esercito pakistano, le minacce di morte contro di me e contro la mia famiglia hanno ormai superato il livello di guardia, è stato impedito a me e ai miei collaboratori di entrare in Parlamento, il mio programma televisivo di approfondimento politico 'Capital Talk' è stato limitato nelle durata e nei giorni di emissione, oltre che essere sottoposto a un'isopportabile censura preventiva... Ormai non mi restava altro dare che portare in salvo la mia famiglia e sperare nella protezione di Dio..."

Prima di salutare Hamid, manifestandogli tutta la mia solidarietà e impegnandomi a difenderlo in ogni contesto gli pongo due domande: Sapresti dire dove si trova ora Osama bin-Laden? "Osama vive lungo il confine tra Pakistan e e Afghanistan. Io non ho contatti diretti con lui, né con suoi intermediari. Ma se mai volesse parlare con me saprebbe bene dove e come trovarmi..." E' vero che hai pronto, ma ancora nel cassetto, un altro dei tuoi 'scoop' su Osama? "Beh...diciamo che ho finito di raccogliere materiale eccezionale e inedito e di scrivere la biografia completa di bin-Laden dal 2001 a oggi... Ora non mi resta che trovare un editore per fare uscire il libro il prima possibile..." Roberto di Nunzio Un giornalista coraggioso

Wednesday, June 13, 2007

La falsa libertà di stampa in Algeria

Algeri - Il meccanismo è il solito, come in tutto il Maghreb. Se arrivi ad Algeri con la telecamera ti accoglie un funzionario gentile e la impacchetta. “Nessun problema, basta chiedere l’autorizzazione”. Il giorno dopo vai allora al ministero dell’informazione (o della comunicazione, come si chiama qui) e devi riempire una miriade di fogli, nonostante i venti giorni attesi in Italia per avere il visto da giornalista. Naturalmente le risposte devono essere appropriate. Scopo del viaggio? Guai a dire, che so, terrorismo. Va benissimo scrivere “elezioni” così si sentono tutti più tranquilli. Passano un paio di giorni, se va bene, e ti restituiscono la telecamera con regalino però: quattro angeli custodi al seguito. Anche loro sorridono: “E’ per la vostra sicurezza” dicono. E intanto non ti mollano un attimo, neppure se vai in farmacia. L’età porta pure l’esperienza così sai come tranquillizzarli. La prima tappa è al quartier generale del Fronte di Liberazione Nazionale, cioè il partito del presidente, che governa da quarantacinque anni, altro che Dc. Da quando annullarono con un colpo di mano i risultati delle elezioni che avevano sancito la vittoria degli islamici del Fis. Naturalmente anche in questa occasione la coalizione che appoggia Bouteflika ha stravinto, ottenendo 249 seggi su 389 e viene spontanea la domanda: ma è un trionfo meritato oppure un consenso blindato? Insomma, la democrazia a che punto sta in Algeria? La domanda è rivolta naturalmente ai colleghi che incontro nella sala stampa elettorale. Prima di rispondere chiedono l’anonimato e già questo è un brutto segno. “Se leggi i giornali – ci dice un collega anziano – hai l’impressione di una grande libertà perché ci sono quotidiani che attaccano, anche pesantemente, il presidente. Ma è una tattica precisa. Bouteflika usa quegli attacchi come cavallo di Troia, dà l’idea di una grande apertura e invece è solo un’illusione perchè sa bene che in Algeria tutti hanno una televisione ma pochissimi comprano i giornali. Lo stesso vale per Internet, assai poco diffuso. Il presidente sa insomma che l’opinione pubblica è condizionata solo dalla televisione e dalla radio e allora lì arriva la mannaia, nessuno si può permettere un dissenso aperto”. E comunque, spiega ancora, la carta stampata vive di pubblicità e questa è per il novanta per cento di provenienza statale, come gli stabilimenti tipografici per stampare. Se qualcuno alza troppo il tiro, basta presentargli la fattura per farlo tacere. E se neanche il ricatto economico ci riesce, allora arriva la galera. La riforma del codice penale algerino del 2001 ha infatti introdotto pesanti ammende e pene detentive per diffamazione ai danni del presidente, del parlamento e di ogni altra istituzione pubblica. Attualmente sono in corso numerosi procedimenti penali per reati a mezzo stampa contro giornalisti di quotidiani privati francofoni, principalmente Le Matin, Liberté, Le Soir d'Algérie e El Watan. Dieci sono i giornalisti algerini attualmente in carcere: Farid Alilat, Fouad Boughanem, Hakim Laâlam, Abla Chérif, Hassane Zerrouky, Youssef Rezzoug, Yasmine Ferroukhi, Hafnaoui Ghoul, Ahmed Benaoum, direttore del gruppo editoriale Er-raï Elâm, e Mohamed Benchicou, direttore del giornale Le Matin, condannato a due anni di detenzione di rigore per aver violato la legge che disciplina il controllo dei cambi e i movimenti di capitali. La sua domanda di liberazione per ragioni di salute è stata respinta dalla magistratura algerina malgrado il netto aggravamento delle sue condizioni. Tornando a Roma, incontro all’aeroporto Giuliana Sgrena. Mi racconta di un solo angelo custode contro i miei quattro. Certo, non lavora per la televisione. Mette meno paura. Articolo21

Per ricordare Zakia Zaki


Grazie all’associazione AINA, un documentario che presenta il talento e il coraggio della giornalista Zakia Zaki, è disponibile su You Tube. La Zaki da sei anni dirigeva la radio privata locale 'Radio Pace'. E' stata uccisa nella sua abitazione l'8 giugno. You Tube

Da sei anni a Guantanamo


Il cameraman sudanese di Al-Jazira, Sami Al-Haj, è entrato oggi nel sesto anno di detenzione nella base militare americana di Guantanamo, senza capi di accusa e senza essere stato processato. Reporters sans frontières, che ha incontrato la famiglia del giornalista in Sudan, lo scorso 19 marzo, sottolinea nuovamente che questa detenzione è incostituzionale e contraria al diritto internazionale. L’organizzazione auspica la chiusura della base di Guantanamo, uno dei peggiori scandali giuridici ed umanitari degli ultimi anni. "Come osa il governo degli Stati Uniti dare lezioni in materia di diritti umani quando i suoi stessi rappresentanti non li rispettano? A due riprese, la Corte suprema ha definito “incostituzionale” la detenzione dei presunti “nemici combattenti” a Guantanamo. Lo scorso 7 giugno, il Comitato giudiziario del Senato americano si è pronunciato in favore del ripristino del diritto all'Habeas Corpus, da applicare a questi prigionieri: questo comporterebbe la loro comparizione davanti a delle giurisdizioni civili e non militari. Infine, lo scorso 11 giugno, una corte di appello federale, mentre esaminava il caso di un individuo detenuto nella Carolina del Sud, ha ricordato che il Presidente non ha il potere di esigere dall’esercito l’arresto e la detenzione indefinita dei prigionieri. I testi e la giurisprudenza impongono oggi la liberazione di Sami Al-Haj", ha dichiarato Reporters sans frontières. Assistente cameraman dell’emittente satellitare araba Al-Jazira, padre di un bambino, Sami Al-Haj è stato arrestato nel dicembre 2001 alla frontiera tra l'Afghanistan e il Pakistan dalle forze di sicurezza pachistane. Accusato senza prove di essere affiliato ad Al-Qaïda, il giornalista è stato consegnato, il 7 giugno 2002, all’esercito americano che, il 13 giugno dello stesso anno, l’ha trasferito a Guantanamo. Nessun capo di accusa è stato formulato nei sui confronti dal giorno del suo arresto. Secondo quanto ci riferisce il suo avvocato, Clive Stafford-Smith - che in passato è stato minacciato dalle autorità della base militare -, il giornalista ha cercato di far valere i suoi diritti e ha iniziato uno sciopero della fame nel mese di gennaio 2007 ( comunicato del 6 marzo 2007) ma è stato costretto ad interromperlo, obbligato a mangiare dalle sue guardie carcerarie.

Palestina: attaccate televisioni

Guardie presidenziali palestinesi, fedeli al presidente Abu Mazen, hanno attaccato oggi la filiale di al Aqsa Television, emittente televisiva controllata da Hamas a Ramallah, in Cisgiordania, rapendone i lavoratori. Ramallah era rimasta sino ad ora abbastanza calma, nonostante gli scontri tra Hamas e Fatah abbiano ucciso, secondo alcune stime, circa 600 persone, soprattutto a Gaza, da quando Hamas ha vinto le elezioni parlamentari, nel gennaio del 2006. A Ramallah, in Cisgiordania, hanno sede gli uffici presidenziali di Abbas e di Fatah, mentre il primo Ministro Ismail Haniyeh, di Hamas, ha residenza a Gaza, dove si trova anche la sede principale dell'emittente al-Aqsa Television.

Wednesday, June 06, 2007

Assassinata un'altra giornalista afghana

Una giornalista afghana è stata assassinata oggi a colpi di arma da fuoco nel nord della capitale Kabul, a meno di una settimana di distanza dall'uccisione di una conduttrice televisiva.Zakia Zaki, che era anche preside di una scuola nella provincia di Parwan, dirigeva una radio privata fondata con l'aiuto di finanziamenti occidentali.La donna, 35 anni, sposata, è stata uccisa nella sua casa nella notte di ieri.L'associazione indipendente di giornalisti afghani dice che Zaki era stata recentemente minacciata di morte da alcuni leader locali che volevano la chiusura della radio.Le autorità hanno detto di aver aperto un'inchiesta per scoprire chi ha ucciso Zaki, considerata una giornalista coraggiosa e schietta.L'episodio arriva a pochi giorni dall'assassinio di Sanga Amach, una conduttrice di notiziari di una televisione privata, uccisa nella sua casa di Kabul lo scorso venerdì.I media indipendenti sono fioriti in Afghanistan dopo la caduta dei talebani nel 2001, quando decine di imprenditori privati hanno fondato radio e televisioni.Molti di questi canali trasmettono soprattutto programmi di intrattenimento, talvolta criticati per i loro contenuti, considerati troppo moderni in una nazione profondamente conservatrice. Reuters

Sunday, June 03, 2007

Raccontare il dolore

"Perché Pino Scaccia, uno dei più autorevoli e impegnati inviati di guerra, è costretto a fare corrispondenze di cronaca nera per il Tg1?" La meringa

Questo è il post che Annachiara sul suo simpatico blog ha dedicato molto generosamente al gabbiano. Ringrazio dell'attenzione, e della stima, ma è evidente che c'è un pò di confusione sul ruolo e sui compiti di un reporter. Il titolo addirittura grida "Tg1 vergogna" come se l'avermi affidato i reportage da Marsciano, per raccontare una storia importante e triste di questa nostra Italia, fosse considerata una punizione. Come se fosse un titolo di merito, addirittura una promozione, il mandarmi dove si rischia la vita. Personalmente ho sempre rifiutato l'etichetta di inviato di guerra perchè non esiste, è stata inventata dall'immaginifico popolare. Allineandomi al grande Enzo Biagi, io mi sento solo, semplicemente un cronista. Che va dove lo porta la notizia. Se poi gli eventi negli ultimi anni sono stati spesso disgraziamente legati alle guerre è solo una rovina per l'umanità. Il mio mestiere è di raccontare e nella mia (purtroppo) lunga carriera ho seguito di tutto: dal terrorismo alla mafia, dai terremoti ai sequestri, dallo tsunami al g8, dai grandi misteri alle storie drammatiche. Possibile che per essere considerati bravi, bontà vostra, bisogna solo infilarsi in posti dove sfiori la morte? Ed ecco perchè si parla frequentemente male dei giornalisti, perchè neppure si sa che mestiere fanno. Vorrei chiarire che seguire vicende come quella di Marsciano è molto più difficile e impegnativo, credetemi, di una trasferta a New York per l'11 settembre. Parlare di storia è semplice, parlare delle persone è molto più complicato. E doloroso.

Friday, June 01, 2007

Iraq, altri quattro reporter massacrati

Mahmoud Hassib Al-Kassab, caporedattore del settimanale 'Al-Hawadith', è stato ucciso il 28 maggio a colpi di arma da fuoco davanti al suo domicilio nella città di Kirkouk (250 km a nord di Baghdad). Il giornalista militava anche nell'Inkad Al-Tourkman, movimento di salvaguarda dell'etnia turcomanna. Lo stesso giornalista era rimasto ferito uu mese e mezzo prima in un tentativo di omicidio. Due giorni prima nella stessa città era stato rinvenuto il corpo di Aidan Abdallah Al-Jamiji, responsabile della sezione in lingua turkmena della televisione di Kirkouk e musicista famoso. Ad Amariyah, vicino a Fallujah, uomini armati si sono introdotti, il 29 maggio, mell'abitazione di Abdel-Rahmane Al-Issaoui, 34 anni, collaboratore di molti media e insegnante di giornalismo all'università di Baghdad e hanno perpetrato una strage. Il giornalista e sette familiari della sua famiglia (moglie, figlio, padre, madre e altri tre familiari) sono stati uccisi. Il 30 maggio davanti a un hotel della città di Amara (365 a sud della capitale) tre uomini armati a bordo di una camionetta hanno sparato su un gruppo di giornalisti che partecipavano a una conferenza. Nizar Al-Radhi, 38 anni, dell'agenzia di stampa federale indipendente Aswat Al-Irak (Le voci dell’Iraq) e corrispondente dal 2006 di Radio Free Iraq, muore sul colpo. Altri suoi colleghi sono rimasti feriti. Salgono a 30 gli operatori dei media uccisi nel paese dall'inizio del 2007

Alan in video: "Sto bene"


Dopo un lungo silenzio è stato diffuso un video di Alan Johnston, il reporter della Bbc rapito a Gaza lo scorso 12 marzo. Il video è stato diffuso dal gruppo «Esercito dell'Islam». «Prima di tutto, i miei sequestratori mi trattano molto bene», assicura il giornalista scozzese nel filmato, realizzato da un gruppo estremistico auto-proclamatosi Esercito dell'Islam, lo stesso che ne aveva rivendicato la cattura. Per il rilascio dell'ostaggio, nella registrazione i rapitori rinnovano alle autorità di Londra la richiesta di scarcerare i musulmani detenuti nel Regno Unito, e in particolare il religioso fondamentalista Abu Qatada. Video

Filippine, ucciso fotoreporter

Dodie Nunez, fotoreporter che lavorava per il giornale regionale 'Katapat' è stato ucciso mentre stava tornando a casa in autobus nella provincia di Cavite (sud di Manila). Tre uomini hanno fermato il bus e hanno assassinato Nunez sparandogli ripetutamente. L'omicidio è legato alla appena conclusa campagna elettorale che ha visto candidato anche il direttore del giornale, che aveva pubblicato feroci critiche che denunciavano la corruzione dell'attuale governatore della provincia. Nel novembre 2005 un altro giornalista di 'Katapat', Roberto Ramos, era stato ucciso da killer rimasti, al solito, sconosciuti.

Saturday, May 26, 2007

Il fuoco amico

Erano stati uccisi a Baghdad, a un checkpoint dell'esercito Usa, nel marzo 2004. Ali al Khatib e Ali Abdul Aziz, corrispondente e cineoperatore di al Arabiya, stavando andando in macchina verso l'hotel Burj al-Hayat, che era stato colpito da alcuni missili.Una inchiesta del Pentagono aveva concluso che i due giornalisti iracheni si erano trovati in mezzo al fuoco incrociato, e la loro morte era stata provocata da "fuoco indiretto", mentre l'obiettivo delle forze Usa era una Volvo Bianca, che non aveva rallentato nell'avvicinarsi al checkpoint.L'inchiesta aveva scagionato i soldati americani coinvolti nell'incidente, dicendo che la sparatoria "era giustificata in base alle regole d'ingaggio vigenti", e che gli operatori della televisione araba non erano stati colpiti di proposito.Ora le conclusioni dell'inchiesta, che risale a fine marzo 2004, sono state messe in discussione dal Committee to Protect Journalists (CPJ), una organizzazione di monitoraggio dei media con sede a New York, che è riuscita a procurarsi il rapporto del Pentagono, e ne ha sottolineato le numerose contraddizioni.“Salutiamo con favore il fatto che questo rapporto investigativo, che getta luce su un tragico incidente, sia stato reso pubblico”, dice il Direttore esecutivo del CPJ, Joel Simon, in un comunicato diffuso dall'organizzazione. “Tuttavia, il fatto che i resoconti dei diversi testimoni non collimino del tutto fra loro è preoccupante, e lascia aperta la possibilità che informazioni potenzialmente dannose siano state ignorate o non considerate appieno".Nel documento con cui il CPJ controbatte alle conclusioni dell'inchiesta del Pentagono con una ricostruzione assai dettagliata dei fatti vengono sottolineate in particolare tre questioni. OsservatorioIraq Questa storia mi ricorda qualcosa... Topoandrea

Le frontiere dell'indifferenza



Mi piace pensare che l’orma impressa sulla copertina di questo libro sia quella delle scarpe rotte ritratte sulla copertina di un libro che amo molto: “In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuściński. Ma non è solo una mia impressione. Il testo di Mauro Sarti, che esce in questi giorni per i tipi della Carocci, registra il fenomeno italiano di un giornalismo con la G maiuscola, il cui massimo rappresentante è stato il grande inviato polacco. Non servono scuole, né grossi maestri per fare giornalismo sociale. Serve passione per la professione, amore per i deboli, e voglia di varcare la frontiera. Le frontiere. Quelle dell’indifferenza, prima di tutto. Robbirossi

Thursday, May 24, 2007

Fare giornalismo

“Io credo nella gioventù che vuol fare giornalismo, ma il giornalismo come l’ho fatto io, come lo faceva Terzani: il giornalismo fatto con la suola delle scarpe. Quello è ancora il giornalismo. Voi giovani siete in qualche modo frenati dalla tecnologia. La tecnologia ti da l’idea che schiacciando due bottoni hai tutto. No, tu devi andare sulla strada, anche in cronaca. Bisogna andare fuori a vedere se c’è stato un incidente e vederlo, odorarlo, sentire cosa dice una persona o un’altra. È la testimonianza diretta in assoluto la cosa più importante. Non si può aggirare la testimonianza diretta. Mai. Se voi vi illudete che i mezzi tecnologici sono tali che vi consentono di fotografare una realtà, piccola o grande, all’interno o all’estero, siete degli illusi. Bisogna andare sul posto, bisogna vivere delle situazioni, per poter raccontare, altrimenti non racconti un… non racconti niente”. Ettore Mo (ricordando Tiziano Terzani)

La censura israeliana

L'esercito israeliano ha effettuato una dura perquisizione nei locali di cinque stazioni radio e televisive della città di Nablus, nel nord della Cisgiordania. Alcuni dei media perquisiti hnno cessato le emissioni a causa della confisca di parte del loro equipaggiamento. Ancora una volta l'esercito israeliano è ricorso a metodi di intimidazione (distruzione di materiale audiovisivo e confisca di computer) per fare pressione su quei media che vengono giudicati ostili allo stato di Israele. (Rsf)

Wednesday, May 23, 2007

Iraq, come proteggere i media

Di fronte a una situazione che si fa ogni giorno più insostenibile, i giornalisti e gli operatori dell'informazione iracheni hanno deciso di non restare più a guardare. E di organizzarsi.Una strategia nazionale per la sicurezza dei media è il risultato del convegno di due giorni che si è tenuto il 10 e l'11 maggio ad Arbil, nella regione a maggioranza kurda del nord Iraq – finora rimasta relativamente al riparo dalla violenza che infuria nel resto del Paese.Dall'iniziativa è uscito un "manifesto", che descrive una serie di azioni specifiche da promuovere per tentare di proteggere giornalisti e operatori dei media, o quantomeno ridurre i rischi che oggi incontrano nello svolgere il proprio lavoro.Lo strumento che gli operatori dell'informazione iracheni hanno deciso di darsi è una rete per la protezione dei media (IMSG) – un gruppo indipendente che sarà composto da rappresentanti della comunità irachena dei media (compresi anche giornalisti stranieri le cui testate abbiano una presenza significativa in Iraq) e avrà il compito di dare attuazione al programma messo a punto nell'incontro. (...) Nel frattempo, il governo iracheno ha iniziato a mettere in pratica la recentissima direttiva del ministero degli Interni, che vieta a fotografi e cineoperatori di recarsi sul posto quando avvengono attentati.Il 15 maggio, nella centrale piazza Tayaran, a Baghdad, la polizia ha sparato in aria per disperdere un gruppo di giornalisti che si erano radunati dopo l'ennesima esplosione, in cui erano rimaste uccise almeno sette persone.Le nuove disposizioni sono state condannate sia da Reporters sans Frontières che dall'International News Safety Institute (INSI) - due organizzazioni internazionali che lavorano per la libertà e la sicurezza dei media. Osservatorioiraq

Tuesday, May 22, 2007

A Caracas contro la chiusura della tv



Migliaia di persone dietro uno striscione lungo un chilometro, alto un metro e venti e pesante 180 chili. Il più grande mai confezionato in Sudamerica. Recitava: "Libertà di espressione SOS" in sei diverse lingue. Giornalisti, operatori del settore dei media, studenti di scienze delle comunicazioni venezuelani sono di nuovo scesi in piazza oggi a Caracas in difesa della libertà di stampa. Tra una settimana, infatti, scadrà la concessione per la televisione venezuelana Rctv, che il governo del presidente Hugo Chavez ha annunciato di non voler rinnovare. Rctv, un'emittente popolarissima - la sola a coprire tutto il territorio venezuelano insieme a Vtv - che va in onda dal 1953, è considerata troppo critica dal presidente, che l'accusa anche di aver simpatizzato con il colpo di stato che cinque anni fa l'aveva spodestato per due giorni. Repubblica.it

Monday, May 21, 2007

Altre tre reporter uccisi in Iraq

Due giornalisti iracheni, Aziz Alaa Uldeen, 33 anni, e Yousuf Saif Laith, 26 anni, che da molti mesi lavoravano per la catena americana ABC, sono stati uccisi nella capitale irachena. I due erano a bordo della loro vettura quando sono stati accerchiati da altri veicoli dai quali sono scesi uomini armati che dopo aver fatto scendere i due giornalisti li hanno rapiti. I corpi senza vita dei due reporter sono stati ritrovati il giorno dopo nell'obitorio dell'ospedale Yarmouk, dove vengono quotidianamente raccolte le decine di salme di uomini e donne uccisi ogni notte. Terry McCarthy, inviato dell'ABC, ha così commentato il duplice omicidio: "i giornalisti iracheni sono i nostri occhi e le nostre orecchie in Iraq. Senza di loro saremmo ciechi e non potremmo sapere nulla di quello che accade nel Paese. Sono uomini coraggiosi".
Ali Khalil, giornalista di 'Azzaman', uno dei più popolari quotidiani nazionali iracheni, viene rapito e ucciso nella zona meridionale di Baghdad. Sale a 26 il bilancio degli operatori dei media uccisi nel Paese solo quest'anno, 167 dall'inizio della guerra.

L'ombra lunga del Cremlino

La notifica, datata 18 aprile, è arrivata all'Unione russa dei giornalisti (Ruj) solo il 15 maggio scorso dall'agenzia delle proprietàstatali'Rosimushchestvo':"Avete un mese di tempo per liberare gli uffici dove ha sede il vostro quartier generale". Ricevuta l'intimazione a distanza di appena tre giorni dalla scadenza, il più grande sindacato russo, che tutela oltre centomila giornalisti, ha opposto un fermo rifiuto: "Non ci muoviamo". La battaglia legale tra lo Stato e il sindacato è iniziata alla vigilia della annuale conferenza della Federazione internazionale della stampa, che si terrà il 28 maggio nella sede della Ruj sottoposta a sfratto. Circa un migliaio di giornalisti si riuniranno per discutere della sicurezza dei giornalisti e della 'crisi dell'impunità' per coloro che perseguitano - e a volte uccidono - gli operatori dell'informazione in Russia. L'ennesimo attacco contro la libertà di stampa è stato definito dalla Ruj come un sabotaggio della conferenza, e ha ricevuto le condanne delle principali organizzazioni che difendono il lavoro e l'attività dei giornalisti. Il comunicato emesso dalla Ruj accusa l'ente governativo - che possiede pacchetti azionari in tutti i settori-chiave dell'economia russa, dal gas ai diamanti - di "gettare in mezzo a una strada un'organizzazione che ha 90 anni di storia, che ha contribuito alla costruzione della democrazia e che ha difeso senza compromessi gli interessi della categoria, i diritti costituzionali e le libertà civili della popolazione". PeaceReporter

Friday, May 18, 2007

Morti due giornalisti in Somalia

Una delegazione guidata dal governatore della regione del Moyen-Shabelle (centro-sud del Paese), che si stava recando in una località per tentare una mediazione che ponesse fine agli scontri, tra due clan rivali che si stavano affrontando per il possesso di un terreno, scontri che hanno già prodotto 16 morti, è stata aggredita da uomini armati che le hanno teso una imboscata. Nella vettura che guidava il convoglio vi erano due giornalisti che lavoravano per Radio Jowhar - Abshir Ali Gabra e Ahmed Hassan - che sono morti sul colpi. Uccisi anche sei guardie del corpo del governatore. Dall'inizio dell'anno sono quattro i giornalisti morti nel Paese. Il segretario dell'Unione nazionale dei giornalisti somali (NUSOJ, Omar Faruk Osman, ha così commentato: "temiamo che la Somalia diventi un piccolo Iraq, dove i giornalisti muoiono uno dietro l'altro nella più totale impunità".

Thursday, May 10, 2007

Una vittima anche in Brasile

Luiz Barbon Filho, giornalista per la radio “Porto FM” e redattore del “Jornal do Porto” e “JC Regional” è stato ucciso con due colpi di pistola esplosi a bruciapelo da due uomini mascherati. L’omicidio, che per la sua dinamica ricorda un’esecuzione, è avvenuto in un bar del quartiere di Porto Ferriera, nello stato di San Paulo. Filho è deceduto in ospedale in seguito alle sue ferite. La polizia locale sta investigando per determinare se la morte del giornalista sia legata al suo lavoro. Secondo fonti locali, il cronista aveva molti nemici in città a causa di alcuni suoi servizi riguardanti casi di corruzione delle autorità pubbliche.(IPYS)

Ucciso giornalista in Somalia

Il giornalista Mohammed Abdullahi Khalif, che collaborava per la stazione radio Voice de Galkayo, è stato ucciso nella regione del Puntland (nord-est del Paese). Il giornalista si trovava presso un mercato dove si vendono armi per un reportage quando un gruppo di militari è penetrato nel mercato pare per recuperare un'arma rubata alla polizia. Nello scontro a fuoco che è seguito il giornalista è stato raggiunto da un colpo di fucile ed è morto sul colpo. Omar Faruk Osman, segretario generale della National Union of Somali Journalist ha dichiarato che si è trattato di una "tragedia che mostra a che punto la sicurezza dei giornalisti somali sia in pericolo". Mohammed Abdullahi Khalif è il secondo giornalista ucciso nel 2007 in Somalia. Nel febbraio scorso Ali Mohammed Omar, presentatore di Radio Warsan era stato assassinato nell città di Baidoa.

Iraq, continua il massacro

Quattro giornalisti sono stati uccisi stamani da miliziani a bordo di un'auto senza targa che hanno aperto il fuoco contro la loro vettura ad Al- Rashad, una cittadina nei pressi di Kirkuk (il centro petrolifero 255 km a nord-est di Baghdad). I miliziani hanno bloccato la strada lungo cui stava viaggiando l'auto con a bordo i giornalisti, impegnati in un reportage a Rashad (25 km a sud-ovest di Kirkuk), e l'hanno crivellata di proiettili. Uno dei quattro giornalisti uccisi era responsabile della Lega dei letterati e degli scrittori di Kirkuk. Tra i quattro giornalisti iracheni uccisi figurano anche due fratelli, Imad e Nibras al-Obeidi. Imad al-Obeidi era redattore del gruppo editoriale Al-Raad (Tuono), mentre il fratello Nibras era il conducente della vettura con a bordo i giornalisti uccisi nell'agguato vicino alla cittadina di Al-Rashad (25 km. a sud-ovest di Kirkuk). Gli altri due giornalisti uccisi erano Raad Mutashar, capo redattore del settimanale 'Iraq Ghadam' (Iraq Domani), e Akil Abdelkader al-Wael, redattore dello stesso settimanale. Salgono a 23 gli operatori dei media morti quest'anno in Iraq, 164 dall'inizio della guerra.

Monday, May 07, 2007

L'ultimo Kapuscinski



Ryszard Kapuściński, autore di memorabili reportage dall'Africa, dall'Asia, dal Sudamerica – tradotti in trenta lingue (in Italia è pubblicato da Feltrinelli) – incontra a Bolzano, nell'ottobre del 2006, nel suo ultimo viaggio (il grande reporter polacco muore nel gennaio 2007), un gruppo di studenti trentini che avevano letto e discusso i suoi libri. Ne nasce un dialogo intenso e sincero che affronta i grandi temi del nostro tempo: la globalizzazione, l'incontro-scontro tra le culture, l'urgenza della reciproca comprensione, la povertà e le disuguaglianze, la democrazia, la rivoluzione, la vita quotidiana dell'umanità semplice ignorata dai media, il dominio di internet; e poi il deserto, il silenzio, il caldo torrido, il freddo paralizzante, Dio, la poesia, la guerra,... Quasi un «testamento morale». “Ho dato voce ai poveri” editrice Il Margine Il libro sarà presentato sabato prossimo, 12 maggio, alla Fiera di Torino. Interverrà Ettore Mo.

Sunday, May 06, 2007

Morto fotografo russo in Iraq


Un fotografo russo e' stato ucciso nella provincia di Dyala, in Iraq. La conferma e' arrivata all'agenzia Interfax dall'ambascitore di Mosca a Bagdad. Il fotoreporter, Dmitry Chebotayev, si trovava ieri all'interno di un mezzo blindato statunitense esploso su una mina. Nell'attentato avevano perso la vita anche sei militari Usa. L'uomo, che lavorava per l'edizione russa del noto settimanale Newsweek, e' il primo giornalista di Mosca morto in Iraq. Il sito

Saturday, May 05, 2007

La lezione di Montanelli


Ciò che distingue scrittore da scrittore e crea fra di essi una scala di valori è il modo in cui questa ambizione viene perseguita. Io non ho la pretesa di esporre delle teorie sul piano filosofico. Io sono soltanto un mestierante. Ma un mestierante che, esercitando il suo mestiere da oltre 65 anni, è probabile che alcune cose le abbia capite.

PRIMA REGOLA - La prima cosa da conquistare come condizione di tutte le altre conquiste è la fiducia del lettore (sto parlando naturalmente dei cosiddetti mass media, non di letteratura, poesia, eccetera dove vigono altre regole). E questa conquista la si fa non ricorrendo mai ai falsi, che prima o poi vengono scoperti, e da quel momento è meglio cambiar mestiere. L’idea di conquistare il lettore con le montature sensazionalistiche dei fatti può funzionare sulla breve distanza. Su quella lunga, procura solo discredito. Sia chiaro che, quando si deve riferire su un fatto mentre accade, si può cadere in qualche inesattezza. Niente paura. Se, appena te ne accorgi, lo riconosci pubblicamente e ne chiedi scusa al lettore, questi ti perdona.

SECONDA REGOLA - Seconda regola. Parlare al lettore nella sua semplice lingua, non in quella sussiegosa dell’Accademia, peste e dannazione di una cultura come quella nostra che per questo non è mai riuscita a diffondersi come sarebbe stato suo primo dovere di fare. Noi dobbiamo essere e restare al servizio del lettore, e in senso non astratto, ma concreto in quanto è lui che ci mantiene comprando i nostri giornali e libri. Ciò non vuol dire secondarne gli errori o almeno quelli che a noi sembrano tali. Significa soltanto cercar di correggere l’errore senza mancare di rispetto a chi lo commette.

TERZA REGOLA - Terza regola, un po’ ruffianesca. Nel resoconto di un avvenimento, non far sentire al lettore l’opinione che te ne sei fatto. Che te ne sia fatta qualcuna, è inevitabile; e chi lo nega, o è un imbecille o è un bugiardo. Ma non si può né si deve imporla al lettore; bisogna lasciargliela suggerire dai fatti secondo il modo in cui gli si raccontano. I fatti vanno raccontati tutti: chi ne censura qualcuno è un disonesto che come tale prima o poi viene smascherato. Ma anche facendolo col massimo scrupolo, e perfino usando le stesse parole, si possono dire cose diverse, e anzi opposte. Per esempio, se io dico di qualcuno: «È una grande canaglia, ma molto intelligente», dico che la sua intelligenza fa premio sulla canaglieria e quindi ne do un giudizio in fondo positivo. Se dico: «È intelligente, ma una grande canaglia», ne do un giudizio negativo. Ecco: questa scelta dell’ordine dei fattori è l’unico arbitrio che noi «comunicatori» possiamo consentirci nei nostri resoconti su uomini e fatti. Indro Montanelli Questo testo è pubblicato nel volume «Come si scrive il Corriere della Sera» (Edizioni Rizzoli)


Montanelli e’ morto sei anni fa. Non ho mai avuto la fortuna di conoscerlo di persona. Ma gli ho scritto. Fu, molto tempo fa, dopo la liberazione del piccolo Farouk, ricordate? Io avevo dato la notizia in anteprima raccogliendo le confidenze del superbandito Graziano Mesina. Ci furono polemiche. Mi salvarono alcune grandi firme. Intanto, Montanelli che fece addirittura un editoriale su “Il Giornale” che allora dirigeva per difendermi. Lo conservo, naturalmente, per i nipotini. Gli scrissi allora una lettera di ringraziamento, piu’ o meno di questo tenore: “Molte grazie, ma in fondo Le spettava. Se faccio questo mestieraccio la colpa e’ Sua. E’ lei che mi ha trasmesso la passione”. E’ vero.

Friday, May 04, 2007

La signora coraggio

Dal sito del Consiglio d'Europa (Rif. 275i(2007)

03.05.2007 - Giornata mondiale della libertà di stampa: a sette mesi di distanza, non sappiamo ancora chi ha ucciso Anna Politkovskaya

Dichiarazione di Terry Davis, segretario generale del Consiglio d’Europa
Strasburgo, 03.05.2007 – A distanza di sette mesi dal brutale assassinio della giornalista russa Anna Politkovskaya, avvenuto di fronte alla sua abitazione a Mosca, non conosciamo ancora chi ha commesso tale omicidio o chi l’ha ordinato. Purtroppo, negli ultimi anni, l’assassinio di un giornalista russo non rappresenta un caso isolato e il fatto che, finora, pochissime inchieste relative a tali omicidi abbiano raggiunto una conclusione, è sempre più preoccupante. Non è necessario che l’impunità per i crimini contro i giornalisti sia intenzionale per soffocare la libertà di espressione.Come Stato membro del Consiglio d’Europa, la Federazione russa è tenuta al rispetto delle libertà fondamentali garantite dalla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo. Si tratta dei diritti e delle libertà di tutti i cittadini russi: se le autorità russe riusciranno o meno a trovare e punire gli assassini di Anna Politkovskaya, saranno i cittadini russi che, in definitiva, vinceranno o perderanno.”

Libertà per Monem


In carcere da oltre due settimane il giornalista che in Egitto ha traghettato l'Ikhwan su Internet. La blogosfera egiziana si mobilita. Il mondo no (nella foto, il banner della petizione per liberare Abdel Monem Mahmoud). “La gente non ha bisogno di qualcuno che le parli delle preghiere o del velo. Dobbiamo cambiare il nostro discorso politico. Dobbiamo insegnare alla gente a pretendere la libertà e la vita come persone libere. La libertà è più importante che riempire i pacchi dono per il Ramadan. Lottare per la libertà è più importante che appiccicare sui muri manifesti che chiedono preghiere. La libertà è la priorità ultima”. Parola di Abdel Monem, il blogger divenuto l’icona della nuova generazione dei Fratelli musulmani egiziani. Era stato lui a traghettare l’Ikhwan su Internet, a spingere per un sito in inglese che mettesse nella realtà virtuale le posizioni del più grande movimento di massa islamista di tutto il mondo arabo. Era stato lui, soprattutto, a far emergere l’altra faccia della Fratellanza: i giovani, quelli che sino a qualche mese fa erano totalmente coperti dal peso dell’establishment, dai vecchi e dalla generazione dei cinquantenni. Di lui, la blogosfera egiziana sapeva tutto. Perché aveva dato prova di quanto fosse lontano dagli stereotipi sviluppando il suo diario virtuale personale, che già dal nome – Ana Ikhwan, Io Sono un Fratello – dice tutto. Io sono un fratello musulmano, e ora vi spiego chi siamo: la sostanza del suo sito era quella. E come se non bastasse, a smentire gli stereotipi c’erano anche le foto. Le foto di un giornalista di 27 anni, capelli corti, giacca e camicia all’occidentale, molti sorrisi miti. Tutto, insomma, salvo lo stereotipo del “fratello”: niente barba, insomma, e niente galabeyya. Forse è stata proprio questa evidente autonomia, questa ondata di novità a creare attorno ad Abdel Monem Mahmoud una ondata di simpatia da parte degli altri blogger, di tutte le casacche politiche o ideologiche. Lettera22

Wednesday, May 02, 2007

Pakistan, fotografo muore in attentato

Mehboob Khan, giovane fotografo freelance, è rimasto ucciso in seguito all’esplosione di un’autobomba che aveva come obiettivo il ministro degli Interni Aftab Khan Sherpao. L’attentato è avvenuto nella provincia nord-occidentale del distretto di Charsadda (nord-ovest del Paese). L'esplosione ha ucciso altre 27 persone. Altri quattro giornalisti sono rimasti feriti nell’esplosione. In una nota di protesta l'associazione Reporters sans frontières ha affermato che “gli attentati dinamitardi contro obiettivi civili sono agghiaccianti. Il loro scopo è quello di menomare e uccidere indiscriminatamente, e pongono un serio problema di sicurezza per coloro che, come fotografi e cameraman, devono seguire i politici da vicino. Gli istigatori di attentati suicidi dovrebbero essere processati come criminali di guerra”.

Egitto, cronista condannata


Una giornalista egiziana di Al-Jazeera, Howeida Taha, è stata condannata oggi in contumacia da un tribunale egiziano a sei mesi di prigione e a una multa per 'aver attentato agli interessi nazionali del Paese'. La produttrice televisiva è stata condannata per un suo programma nel quale documentava il trattamento degli egiziani nei commissariati di polizia. Howeida Taha stava facendo un documentario, aveva registrato le testimonianze delle vittime di tortura ed aveva dei video che documentavano la brutalità della polizia. La polizia l’aveva arrestata all'aeroporto l’ 8 gennaio mentre andava a Doha ed aveva confiscato 50 videotape, secondo il sito di Al-Jazeera che inoltre ha detto che la reporter aveva informato precedentemente il Ministero interno del suo progetto ed aveva ricevuto i permessi richiesti. La giornalista era stata poi liberata in fase istruttoria e ora si trova in Qatar. Mericonci

Tuesday, May 01, 2007

Sempre meno libertà


La libertà di stampa ha conosciuto un netto arretramento nel mondo durante il 2006, tendenza particolarmente allarmante in Asia, in America Latina e in Russia, sottolinea uno studio della Freedom House pubblicato oggi. L'organizzazione di difesa delle libertà con base a Washington si preoccupa in particolare delle restrizioni imposte ai siti internet, in Russia per esempio dove il governo ha accresciuto gli sforzi "per marginalizzare ancora di più la voce dei media indipendenti". Cina, Vietnam, Iran, anche loro continuano a imprigionare giornalisti indipendenti e 'cyberdissidenti', aggiunge il bilancio 2006. I colpi contro i media sono inevitabilmente seguiti da colpi alle istituzioni democratiche". L'arretramento della libertà di stampa è un segno che turba profondamente per il fatto che la democrazia stessa è aggredita nelle regioni del mondo cruciali", dice Jennifer Windsor, direttrice di Freedom House. Nel totale, su 194 paesi esaminati, 74 sono considerati come "liberi", 58 "parzialmente liberi", il che significa che solo il 18% della popolazione mondiale ha una stampa libera. Da notare il ritorno dell'Italia tra i paesi "liberi". I cinque Paesi che rappresentano "il peggio del peggio", secondo lo studio, sono la Birmania, Cuba, la Libia, la Corea del Nord e il Turkmenistan.
Il rapporto di Freedom House