Monday, October 22, 2007
Due reporter in carcere
Circa 200 persone tra giornalisti e attivisti dei diritti umani sono sfilate ieri per le strade della capitale Niamey, per chiedere la liberazione di Moussa Kaka e Ibrahim Diallo Manzo, due giornalisti arrestati nelle scorse settimane e accusati di essere vicini ai ribelli del Mouvement des Nigeriens pour la Justice, attivo nel nord del Paese. Dall'inizio dell'insurrezione, la scorsa estate, il governo ha decretato lo stato d'emergenza nel nord, chiudendo il territorio alla stampa. Lo scorso mese, un documentarista francese era stato espulso dopo un mese di prigione per essere entrato illegalmente nel territorio. I ribelli chiedono più diritti per le popolazioni del deserto, ma le autorità non riconoscono il Mnj, accusando i suoi membri di essere semplici delinquenti.
Uccisi nel mondo altri tre giornalisti
Somalia. Bashir Nur Gedi, direttore dell'emittente radiofonica somala Shabelle, è stato ucciso da uomini armati non identificati nella capitale Mogadiscio. Gedi è l'ottavo giornalista somalo a perdere la vita quest'anno, facendo della Somalia il posto più pericoloso al mondo, dopo l'Iraq, per i giornalisti. Lo scorso agosto, due colleghi dell'emittente HornAfrik erano stati uccisi a distanza di due giorni l'uno dall'altro, sempre a Mogadiscio. La guerra civile in Somalia, scoppiata nel 1991 e i cui strascichi continuano ancora oggi, ha provocato finora almeno mezzo milione di morti.
Honduras. Carlos Salgado, famoso giornalista satirico della stazione radio Cadena Voces (RCV), è stato ucciso a colpi di arma da fuoco, da due killer a bordo di una camionetta, nella città di Tegucigalpa. Parecchi giornalisti di questa radio, conosciuta per le sue posizioni critiche nei riguardi del governo, avevano ricevuto, nei mesi precedenti, minacce.
Pakistan. Il cameraman Muhammad Arif della catena televisiva privata Ary One World fa parte delle 133 vittime che hanno trovato la morte, il 18 ottobre 2007 a Karachi, nell'attentato suicida che ha colpito il corteo dell’ex-primo ministro del Pakistan, Benazir Bhutto, di ritorno nel Paese dopo otto anni di esilio. Secondo l’Associazione della stampa pachistana, Muhammad Arif era stato trasferito nell'ufficio londinese della catena televisva, ma aveva ritardato la sua partenza proprio per coprire il ritorno di Benazir Bhutto.
Honduras. Carlos Salgado, famoso giornalista satirico della stazione radio Cadena Voces (RCV), è stato ucciso a colpi di arma da fuoco, da due killer a bordo di una camionetta, nella città di Tegucigalpa. Parecchi giornalisti di questa radio, conosciuta per le sue posizioni critiche nei riguardi del governo, avevano ricevuto, nei mesi precedenti, minacce.
Pakistan. Il cameraman Muhammad Arif della catena televisiva privata Ary One World fa parte delle 133 vittime che hanno trovato la morte, il 18 ottobre 2007 a Karachi, nell'attentato suicida che ha colpito il corteo dell’ex-primo ministro del Pakistan, Benazir Bhutto, di ritorno nel Paese dopo otto anni di esilio. Secondo l’Associazione della stampa pachistana, Muhammad Arif era stato trasferito nell'ufficio londinese della catena televisva, ma aveva ritardato la sua partenza proprio per coprire il ritorno di Benazir Bhutto.
Thursday, October 18, 2007
Iran, arrestato giornalista dissidente
Il 14 ottobre, Emadeddin Baghi è stato arrestato dopo essere stato convocato per comunicazioni sulle nuove accuse nei suoi confronti. Secondo il suo avvocato, la prima sezione del tribunale rivoluzionario di Teheran, lo ha accusato di "propaganda contro il regime" e "pubblicazione di documenti governativi segreti ottenuto con l'aiuto di prigionieri reclusi per aver attentato alla sicurezza degli uffici speciali". Fervente militante contro la pena di morte in Iran, e vincitore nel 2005 del premio per i Diritti dell'Uomo della Repubblica francese, Emededdin Baghi era stato condannato nel 2000 a tre anni di carcere per "attentato alla sicurezza nazionale". Il 9 novembre 2004, era stato condannato a un anno di carcere duro per aver pubblicato un libro che accusava le autorità iraniane dell'assassinio di intellettuali e giornalisti nel 1998. Il giornale in cui lavorava, 'Jomhouriat', era stato proibito nel 2003. Il 31 luglio 2007, era stato condannato a tre anni di prigione con l'accusa di "azioni contro la sicurezza nazionale" e "pubblicità in favore degli oppositori di regime".
E l'Eritrea precipita
L'Eritrea ce l'ha fatta. Dopo una discesa costante negli anni, il piccolo Paese africano è riuscito, per la prima volta, a occupare l'ultimo posto (il 169esimo) nell'indice sulla libertà di stampa nel mondo compilato da Reporters Senza Frontiere, superando un mostro sacro come la Corea del Nord. Ma se ad Asmara i giornalisti piangono, in molti dei Paesi ritenuti più “civili” non ridono: tra gli stati del G8, solo due (Canada e Germania) sono nei primi venti posti. L'Italia ferma la sua discesa ma si attesta al 35esimo posto, gli Usa stagnano (48) mentre Russia (144) e Cina (163) si confermano le pecore nere tra le potenze mondiali. Nel solo 2007, in tutto il mondo 77 giornalisti sono stati uccisi e 128 imprigionati, mentre aumenta il giro di vite nei confronti dei cyber-dissidenti, 64 dei quali sono finiti in galera.Ancora una volta, il nord Europa si conferma il paradiso della stampa: il primo posto se lo contendono Islanda e Norvegia, e la Finlandia è quinta assieme alla Svezia. L'Olanda, l'anno scorso prima, scivola al 12esimo posto per aver tenuto in custodia due giornalisti del Telegraaf che si erano rifiutati di rivelare le loro fonti alle autorità giudiziarie. I primi venti posti del ranking sarebbero un affare tutto europeo se non fosse per Nuova Zelanda (15), Canada (18) e Trinidad e Tobago (19). Questi ultimi guidano una rappresentanza di stati centroamericani al vertice, assieme a Costarica (21) e Giamaica (27). I primi Paesi africani sono le Mauritius e la Namibia (25esimo posto ex-aequo), mentre ad aggiudicarsi la leadership asiatica è Taiwan (32).Se non altro, i Paesi del G8 riescono a frenare la pesante caduta degli ultimi anni. Oltre al già citato Canada, solo la Germania (20esima) figura tra i primi venti. La Francia, in leggera risalita, si attesta al 31esimo posto, l'Italia è poco dientro, il Giappone recupera 14 posti ed è 37esimo. Nessun progresso di rilievo per gli Usa, che pagano la detenzione a Guantanamo, dal 2002, del cameraman sudanese di al-Jazeera Sami al-Haj, così come per la Russia, desolatamente in fondo alla classifica, visti gli scarsi miglioramenti registrati dopo l'assassinio di Anna Politkovskaja. Buone notizie arrivano da alcuni stati non europei: il Togo e la Mauritania entrano nei primi 50 posti, con quest'ultima che, negli ultimi due anni, ha recuperato ben 88 posizioni, dopo la caduta del presidente Ould Taya. Il Nepal, seppur ancora al 137esimo posto, recupera ben 20 posizioni grazie alla fine della guerra e al conseguente allentamento delle restrizioni nei confronti della stampa. Per il motivo opposto, lo Sri Lanka si piazza al 156esimo posto e i Territori Palestinesi due posizioni più in giù, immediatamente seguiti dalla Somalia, che nel 2007 ha visto la morte di ben sette giornalisti e la fuga di un'altra decina a séguito di minacce. Assassini di giornalisti e (new entry) persecuzioni nei confronti dei bloggers costano cari alla Turchia (101esima) e all'Egitto, precipitato in 146esima posizione. In fondo alla classifica, poco cambia: l'Iraq è ancora in discesa (157esimo posto), mentre le ultime sette posizioni sono occupate dai soliti noti: Cina (in cui le prossime olimpiadi non sembrano aver portato un gran beneficio) Myanmar, Cuba, Iran, Turkmenistan, Corea del Nord e, come detto, Eritrea che, grazie alla morte in detenzione di quattro giornalisti e la completa cancellazione della stampa indipendente, strappa la palma che Pyongyang deteneva da anni. PeaceReporter
Wednesday, October 17, 2007
Ucciso un altro reporter in Iraq
Salih Saif Aldin, giornalista iracheno di 32 anni, corrispondente dal 2004 del Washington Post, è stato ucciso mentre stava lavorando nel quartiere di Sadiyah a Baghdad. Lo riferisce il sito internet del quotidiano statunitense, precisando che i dettagli della morte del giornalista sono ancora poco chiari. “La morte di Salih ci ricorda il ruolo centrale che i giornalisti iracheni hanno avuto nella copertura della guerra…” si legge sul Washington Post. E' il 46.mo giornalista ucciso in Iraq quest'anno (dall'inizio della guerra sono 238).
Paparazzi e divi aggressivi
Rino Barillari, il fotografo del Messaggero , il re della “Dolce vita” che nella sua carriera ha immortalato tanti vip, con Bruce Willis non è riuscito a mettere a segno il colpo. Il tentativo di “pizzicarlo” con la compagna, ieri sera al ristorante “I due ladroni”, è costato al “re dei paparazzi” un ricovero in ospedale. Quando, infatti i due bodyguard dell'attore americano si sono accorti della presenza del fotografo, lo hanno raggiunto e con strattonate gli hanno strappato la macchina fotografica dalle mani. Intanto, Bruce Willis è rimasto tranquillamente seduto al tavolo, in piazza della Nicosia, a scambiarsi effusioni con la sua dolce fiamma. Ma Rino Barillari, da professionista degli scatti qual è, non ha mollato la presa. Nonostante nella colluttazione avesse riportato alcune ferite, guaribili in tre giorni, ha seguito la comitiva della star hollywoodiana nel locale “Il Blum”. Il fotografo ha chiamato i carabinieri del nucleo radiomobile di Roma e insieme sono entrati nella discoteca. Barillari ha così segnalato ai militari le guardie del corpo responsabili dell'aggressione. «La guerra è guerra», ha commentato soddisfatto Barillari. I bodyguard, in tutta risposta, hanno detto sereni: «No problem, pagheremo».Stamattina, Rino Barillari, con il suo legale Roberto Ruggiero, ha sporto denuncia ai carabinieri e probabilmente la polizia di frontiera cercherà di impedire l'espatrio degli autori dell'aggressione. «L'ho fatto non tanto per me quanto per i miei colleghi- ha dichiarato Barillari - che ogni sera subiscono queste aggressioni. I vip e le star devono imparare l'educazione. Siamo in un Paese dove vigono alcune leggi e non si può venire in Italia ad aggredire indisturbati e a prendersela con i fotografi e giornalisti».
Tuesday, October 16, 2007
Come aggirare la censura a Cuba

«Generación Y è un blog ispirato a gente come me, nata a Cuba negli anni 70 e 80 e segnata dai giocattoli russi, le fughe illegali e la frustrazione» scrive Yoani Sánchez in Desdecuba, prima di tuffarsi in una accorata critica di Fidel Castro e del suo regime che «non capiscono nulla dei nostri problemi». In Havanasciti Tension Lia si affida alle immagini, più che alle parole, per denunciare il profondo degrado dei tesori architettonici dell’Avana, un tempo il gioiello dei Carabi. Yoani e Tension Lia sono la punta di diamante di un fenomeno in crescita a Cuba: i blogger indipendenti che si sono scavati una breccia nel muro censorio del regime castrista, riuscendo a trasmettere al mondo una versione quotidiana realista e incensurata della vita sotto Fidel. Un’impresa tutt’altro che facile nell’isola votata da Reporters sans Frontières «uno dei 13 Paesi nemici di Internet» - insieme, tra l’altro, a Cina, Arabia Saudita, Iran e Siria - , perché in vario modo tiranneggiano gli utenti Internet e reprimono la libertà di espressione online. Per aggirare il Grande Fratello, la Sanchez si camuffa da turista, finge un accento tedesco e si infila nella hall degli sfarzosi alberghi della capitale. Poi si siede ai tavoli riservati agli stranieri e sborsa sei dollari all’ora – due settimane di stipendio medio per un cubano – per una connessione Internet non controllata che le consente di accedere al suo sito, rigorosamente ospitato da server esterni. Alessandra Farkas
Monday, October 15, 2007
La pace è possibile
Un soldato americano in Iraq. Mandate le vostre foto dedicate alla pace sul nuovo blog di comunità. Una maniera di essere uniti per un progetto comune, essenziale.
Antonio Russo, sette anni fa

Antonio Russo, trovato morto vicino a un passo di montagna caucasico, potrebbe avere scoperto troppo sulle atrocità in Cecenia. Abbandonato sul ciglio della strada, in un passo tra i campi alle prime luci dell'alba, il contorto, congelato cadavere aveva qualcosa di strano. Antonio Russo era stato ucciso, e i suoi assassini si erano assicurati di non lasciare segni sul suo corpo. Sull'altro lato del Passo Gombori, nella Repubblica della Georgia, gli amici lo stavano aspettando al villaggio di Mirzaani. Russo doveva unirsi alle celebrazioni per l'anniversario di Nico Pirosmani, un artista locale del diciannovesimo secolo. Non sapevano che un grande, pesante oggetto veniva schiacciato sul petto di Russo, finché la rottura di quattro costole e l'emorragia interna non causarono la sua morte. Non sapevano che il suo telefono satellitare, la telecamera digitale, il computer portatile e le videocassette erano sparite. Un giornalista italiano che aveva speso la vita scoprendo segreti ne stava lasciando dietro di sé un altro. Chi lo ha ucciso, e perché? Dalla strada 30 miglia a nord-est della capitale georgiana, Tblisi, c'è un filo di fatti e di sospetti che qualcuno afferma portino al Cremlino e alla aggressione russa alla Cecenia. Gli amici di Russo credono che lui sia stato assassinato dai servizi segreti russi dopo avere scoperto l'uso di armi non convenzionali contro i bambini. 16 ottobre 2000
"Le infamie hanno bisogno del buio, voi giornalisti potete portare la luce della verità": la madre di Antonio Russo, ucciso in Cecenia dopo aver denunciato, come Anna Politkovskaya, le atrocità di Mosca.
Egitto, stampa di regime
“E’ stata una decisione sofferta ma giusta. Dovevamo esprimere la nostra solidarieta’ con i colleghi arrestati. Pensi che in Egitto, ancora oggi, un giornalista puo’ finire in carcere sulla base di 18 articoli del codice penale”. Mahmud Bakri e’ il vice-direttore di “Al-Osbo’a”, uno dei 22 giornali indipendenti che domenica 7 ottobre hanno deciso, tutti insieme, di non uscire per protesta. “Liberta’ per la stampa e per i giornalisti”: listati a lutto per un giorno anche i loro siti Internet. Una decisione senza precedenti, e certamente molto coraggiosa, in un Paese dove, per aver scritto che “il 90 per cento dei giudici egiziani di primo grado non ha le competenze giuridiche necessarie”, 3 giornalisti sono stati recentemente condannati a due anni di galera per “oltraggio alla giustizia”. O, come 4 direttori di giornali, condannati ad un anno di lavori forzati per aver definito “dittatoriale” il Partito del presidente egiziano Hosni Mubarak, al potere da oltre un quarto di secolo. “Era ora che scioperassimo”, dice Mustafa Obeid, un giovane redattore di ‘Gomhurriya’, “ma temo che un solo giorno non basti per far passare il messaggio”. “Il problema”, aggiungono altri, “e’ che agli egiziani manca la coscienza dei propri diritti. Anche perche’ noi giornalisti a stento riusciamo a dar conto del crescente malcontento sociale del Paese”.
Un malcontento che solo sporadicamente emerge su stampa e TV di regime, e solo quando a scioperare sono i simboli stessi del settore produttivo e industriale dell’Egitto. Marc Innaro
Un malcontento che solo sporadicamente emerge su stampa e TV di regime, e solo quando a scioperare sono i simboli stessi del settore produttivo e industriale dell’Egitto. Marc Innaro
Saturday, October 13, 2007
I reporter di guerra e la paura
La guerra è come la morte: ammutolisce tutti quelli che la conoscono. Poi ci sono quelli che la raccontano e che muti non ci possono stare: i giornalisti. Per natura, per mestiere e per fortuna di chi li sta ad ascoltare da casa. Tra di loro ce ne sono alcuni che, nonostante gli anni passati al fronte e le parole spese per gli orrori visti, continuano a commuoversi per la cattiveria umana. Pino Scaccia, inviato storico del Tg1 è uno di loro: il suo blog è seguito da migliaia di persone che ammirano la sua umanità oltre che la professionalità. Gli abbiamo chiesto che cosa è il giornalismo di guerra, come lavora un inviato televisivo, quanto è disposto a rischiare per la sua professione. Ecco cosa ci ha risposto.
Sei parte in causa, ma come giudichi l'informazione mondiale sulla guerra in Iraq? E quella italiana?Domanda difficile. Non è facile fare informazione in guerra. Perchè non esiste la verità assoluta e dunque una buona informazione è quella di dar conto, complessivamente, di entrambe le parti in conflitto. È chiaro che ciò è stato possibile dalla somma dei vari interventi: quelli di parte occidentale e quelli di parte araba. Non per spirito nazionalistico ma credo che tutto sommato, considerando la complessità della questione, la stampa italiana non si sia comportata male.
Fare l'inviato di guerra è una scelta, una missione o una sfida?Intanto, per me l'inviato di guerra non esiste. È solo un'etichetta. Esiste l’inviato che va dove lo porta la notizia. In tanti anni da inviato ho seguito vari eventi, certamente anche le guerre che sono un evento speciale. Non si va in guerra con spirito particolare se non con la voglia, come sempre, di raccontare. Certo, bisogna prendere qualche accortezza in più ma non la considero una missione. Semplicemente un mestiere, magari un pò speciale. Personalmente mi sento un privilegiato: perché sono io il tramite tra la gente e l'evento, che racconto con i miei occhi e la mia anima.
Questa guerra a tuo avviso è più sporca delle altre? O sono tutte uguali? Tutte le guerre sono sporche. E neppure ci sono buoni e cattivi. Questa guerra ci sembra più sporca perché la conosciamo di più, la vediamo passo passo, dal di dentro.
Hai paura? E se ne hai, hai paura della tua paura? Guai se non avessi paura. È la paura a salvarti la vita. La paura ti insegna la prudenza, ti addestra nelle scelte di luoghi e persone. Il problema è quando non hai paura e ti senti immortale. Tutti noi abbiamo avuto la prima grande paura, quella decisiva. Ma non tutti purtroppo hanno avuto la possibilità di ricordarla e di farne tesoro.
Quanto dolore provi a fare questo mestiere e quanto sei disposto a rischiare per il tuo lavoro?Il dolore c'è. E anche una fatica sovrumana talvolta. Devi provare emozione, per poterla trasmettere. Il dolore c'è ma deve restare dentro. Sono disposto a rischiare tutto meno che la vita. Ogni scelta è determinata dalla consapevolezza di restare vivo. Ma non ci sono regole. Spesso si rischia di più e non ci si rende conto. Scelte istintive. Forse, per esempio, ho sbagliato ad andare a Najaf quel giorno.
Perché secondo te gli estremisti si sono accaniti contro i giornalisti?Perché quando è attaccato un giornalista è tutto enfatizzato. Chi vuole il terrore sa che colpendo i giornalisti hanno una grande cassa di risonanza.
I tuoi ultimi post, sul tuo blog, sono strazianti. Non ti viene un po' di rabbia pensando a chi, come noi, sta comodamente seduto sulla poltrona di casa mentre in Iraq succede quello che succede?Rabbia assolutamente no, perché? La scelta è mia. Sinceramente neppure invidia perché credo di essere io il fortunato. Mi fa rabbia soltanto quando qualcuno che sta comodamente seduto in poltrona pretende di dare lezioni, di capirne più di noi che conosciamo posti, persone e situazioni. Questo non lo accetto. Liberonews 18 settembre 2004
Sei parte in causa, ma come giudichi l'informazione mondiale sulla guerra in Iraq? E quella italiana?Domanda difficile. Non è facile fare informazione in guerra. Perchè non esiste la verità assoluta e dunque una buona informazione è quella di dar conto, complessivamente, di entrambe le parti in conflitto. È chiaro che ciò è stato possibile dalla somma dei vari interventi: quelli di parte occidentale e quelli di parte araba. Non per spirito nazionalistico ma credo che tutto sommato, considerando la complessità della questione, la stampa italiana non si sia comportata male.
Fare l'inviato di guerra è una scelta, una missione o una sfida?Intanto, per me l'inviato di guerra non esiste. È solo un'etichetta. Esiste l’inviato che va dove lo porta la notizia. In tanti anni da inviato ho seguito vari eventi, certamente anche le guerre che sono un evento speciale. Non si va in guerra con spirito particolare se non con la voglia, come sempre, di raccontare. Certo, bisogna prendere qualche accortezza in più ma non la considero una missione. Semplicemente un mestiere, magari un pò speciale. Personalmente mi sento un privilegiato: perché sono io il tramite tra la gente e l'evento, che racconto con i miei occhi e la mia anima.
Questa guerra a tuo avviso è più sporca delle altre? O sono tutte uguali? Tutte le guerre sono sporche. E neppure ci sono buoni e cattivi. Questa guerra ci sembra più sporca perché la conosciamo di più, la vediamo passo passo, dal di dentro.
Hai paura? E se ne hai, hai paura della tua paura? Guai se non avessi paura. È la paura a salvarti la vita. La paura ti insegna la prudenza, ti addestra nelle scelte di luoghi e persone. Il problema è quando non hai paura e ti senti immortale. Tutti noi abbiamo avuto la prima grande paura, quella decisiva. Ma non tutti purtroppo hanno avuto la possibilità di ricordarla e di farne tesoro.
Quanto dolore provi a fare questo mestiere e quanto sei disposto a rischiare per il tuo lavoro?Il dolore c'è. E anche una fatica sovrumana talvolta. Devi provare emozione, per poterla trasmettere. Il dolore c'è ma deve restare dentro. Sono disposto a rischiare tutto meno che la vita. Ogni scelta è determinata dalla consapevolezza di restare vivo. Ma non ci sono regole. Spesso si rischia di più e non ci si rende conto. Scelte istintive. Forse, per esempio, ho sbagliato ad andare a Najaf quel giorno.
Perché secondo te gli estremisti si sono accaniti contro i giornalisti?Perché quando è attaccato un giornalista è tutto enfatizzato. Chi vuole il terrore sa che colpendo i giornalisti hanno una grande cassa di risonanza.
I tuoi ultimi post, sul tuo blog, sono strazianti. Non ti viene un po' di rabbia pensando a chi, come noi, sta comodamente seduto sulla poltrona di casa mentre in Iraq succede quello che succede?Rabbia assolutamente no, perché? La scelta è mia. Sinceramente neppure invidia perché credo di essere io il fortunato. Mi fa rabbia soltanto quando qualcuno che sta comodamente seduto in poltrona pretende di dare lezioni, di capirne più di noi che conosciamo posti, persone e situazioni. Questo non lo accetto. Liberonews 18 settembre 2004
Thursday, October 11, 2007
Somalia, attaccata una radio
Soldati dell'esercito governativo somalo hanno fatto irruzione stamane nella sede della stazione radiofonica Simba Radio a Mogadiscio, arrestando il caporedattore Abdullah Ali Farak e un giornalista. A motivare dell'attacco un'intervista, trasmessa ieri sera, al comandante dei ribelli islamici sceicco Mukhtar Robow, che ha dichiarato di essere l'organizzatore di un attacco suicida contro una base dell'esercito etiope in Somalia, vicino all'albergo che ospitava il Primo ministro Ali Mohamed Gedi. Lo sceicco, conosciuto anche con il nome di Abu Mansur dopo la sua militanza nei Talebani afghani all'inizio degli anni 2000, è stato a capo di numerosi gruppi di miliziani nell'ultimo decennio.
Wednesday, October 10, 2007
La propaganda di regime

La macchina propagandistica della dittatura militare birmana guidata dal generale Than Shwe sta lavorando a pieno regime.Alle televisioni di Stato (Mrtv e Mwt), le conduttrici dei telegiornali – vestite con divise verde chiaro e impettite in una ridicola posa marziale – commentano le immagini delle manifestazioni popolari organizzate dalle autorità in diverse cittadine del paese: centinaia di persone, dall’aria tutt’altro che allegra, che marciano in file ordinate portando grandi bandiere birmane e innalzando ritmicamente cartelli con su scritto ‘Per la pace’, ‘Contro la Violenza’, ‘Contro gli elementi distruttivi interni’, come il regime usa definire i dissidenti democratici. Ma è leggendo il giornale governativo ‘The New Light of Myanmar’ che si ha un genuino, e inquietante, assaggio della propaganda di regime. Il numero del 2 ottobre, datato ‘Sesto mese dell’anno 1369’ – in riferimento alla fondazione del primo impero birmano di Mandalay – ha una quarta di copertina in cui, a caratteri cubitali, sono elencati i ‘Desideri del Popolo’: ‘Vogliamo la stabilità, vogliamo la pace, ci opponiamo al disordine e alla violenza’. E sotto un avvertimento: ‘Attenzione, non credete alle menzogne mandate in onda dagli assassini dell’etere: Bbc, Voice of America, e Radio Free America. Questi sabotatori vogliono distruggere la nazione’. Enrico Piovesana
Saturday, October 06, 2007
Tutto il mondo piange Anna Politkovskaja

«Ho paura? », si chiedeva Anna Politkovskaja nel suo ultimo libro. Colei che i suoi amici e colleghi di 'Novaïa Gazeta' soprannominavano la «coscienza della Russia» si interrogava continuamente sul suo mestiere di giornalista e sul lavoro che svolgeva in Cecenia. Scegliendo di non tradire mai il suo impegno, indipendentemente dai rischi che correva, Anna Politkovskaja aveva smesso di appartenere a se stessa. Era diventata una figura morale, collettiva. Questa donna, madre di due figli, baluardo dei "senza voce" e simbolo della loro sofferenza, era tuttavia perfettamente cosciente della propria vulnerabilità. Le minacce che le erano rivolte, gli attentati ai quali era riuscita a sfuggire le ricordavano sempre a che punto la sua missione era delicata e pericolosa. Anna Politkovskaja aveva capito che la paura è una specie di cancrena, il sintomo delle società malate e non ha mai smesso di lottare per sconfiggerla. Bisogna dunque ricordarla come una donna coraggiosa e libera. Una giornalista che non ha esitato a denunciare gli abusi e i soprusi di un potere che non garantisce la libertà di espressione e che lascia impuniti gli assassini dei professionisti dell'informazione che non hanno voluto sposare l'autocensura e la menzogna. La scomparsa di Anna può scuotere le coscienze e far progredire la causa della democrazia? E' troppo presto per affermarlo ma, a un anno dalla sua morte, non la dimentichiamo. E non siamo soli nel suo ricordo perché a Roma, a Parigi, a Mosca e in altre capitali del mondo numerosi sono coloro che le rendono oggi omaggio.
La Russia di Putin: 43 giornalisti uccisi
“Sono 43 i giornalisti uccisi nella Federazione Russa dal 31 dicembre 1999, data dell’ascesa di Vladimir Putin alla Presidenza. Il primo di quella lista era un cittadino italiano, il collega Antonio Russo , che denunciava il genocidio del popolo ceceno così come Anna Politkovskaja , colpita a morte sulla porta della propria abitazione il 7 ottobre dello scorso anno. Per nessuna di queste vittime di un regime che somiglia sempre di più a quello stalinista , esiste un colpevole condannato. Così come per le centinaia di aggressioni , pestaggi, minacce e censure attuate da personaggi dell’Apparato Statale ai danni di giornalisti e di testate troppo indipendenti.A un anno dalla morte di Anna , fioriscono le iniziative in memoria della collega. Tutte meritevoli , dalle interviste alla figlia Vera , che lancia un sommesso appello all’Ue, alla dedica una piazza alla giornalista, alla Marcia per la Pace , allo spettacolo teatrale di Ottavia Piccolo. Ma che senso ha ricordare Anna e dimenticare tutto quanto ha scritto e detto con quella sua ineffabile timida fermezza e che le costata la vita ? “ Io vivo la vita e scrivo ciò che vedo “, scriveva . E le hanno tolto la vita e la possibilità di scrivere. “ Soffoca ogni forma di libertà come ha sempre fatto nel corso della sua precedente professione” , scriveva di Vladimir Putin . E a nome dei russi, diceva :” Vogliamo essere liberi. Lo pretendiamo. Perché amiamo la libertà quanto voi “ . Infine lanciava un’accusa rivolta a tutti noi : “ Gli occidentali hanno una tale passione per Putin , lo amano a tal punto da temere di pronunciarsi contro di lui “. Pochi suoi concittadini hanno conosciuto le sue denunce. Come spiegò Putin, all’indomani dell’ omicidio, scriveva su una piccola rivista e ai grandi media non sono mai arrivate. Non bastano le celebrazioni , bisogna alzare la voce a un tono così alto che possa arrivare fino a Mosca. Ma l’Italia non ha nemmeno il coraggio di chiedere di sapere chi ha ucciso e perché un proprio cittadino. Attenzione : l’ipocrisia sarebbe il peggiore affronto ad Anna , Antonio e gli altri 41 martiri della libertà di stampa nell’era Putin. Information Safety and Freedom a un anno dalla morte di Anna Politkovaskaja e sette da quella di Antonio Russo.
Thursday, October 04, 2007
Gaza, ferito fotografo
Un fotografo dell’agenzia Reuters, Mohammed Jadallah, 23 anni, è stato ferito ieri alla gamba destra da colpi di arma da fuoco esplosi dall'esercito israeliano nei pressi del punto di passaggio di Erez (tra Israele e la striscia di Gaza). Il fotografo stava documentando il ritorno dei detenuti palestinesi liberati.
Monday, October 01, 2007
Come calcolare i rischi
Kabul. Oggi ho intervistato due capi talebani. Ne è nata una discussione sul mestiere di reporter che può interessare qui. Barba mi ha chiesto: "Mi intriga un pò cercare di immaginare e capire il metro con cui riesci a valutare il rischio. L'esperienza può essere una componente ma non può essere solo intuizione (pur se dettata dall'esperienza) Sarebbe come giocare a testa e croce o alla roulette russa".
E invece sì. Quando hai esperienza, cioè un passato alle spalle dove magari hai commesso anche errori (per fortuna non fatali) l'intuizione è decisiva.
Partiamo da un presupposto. La nostra vita, in certi posti, la mettiamo in mano ai nostri stringers. Dunque intanto è importantissimo questo rapporto. Con Shafique a Kabul lavoro dal 2001, per arrivare "oltre" bisogna conoscersi bene. Come con Mahdi a Baghdad che mi ha salvato la vita. Con loro il rischio di essere venduto, che è il più alto, per esempio non c'è. Conosco le famiglie, ci vogliamo bene. Te ne potrei raccontare tante. A Mogadiscio per esempio Mohammud non si fidava neppure di me, cambiava sempre percorso e appuntamenti, perchè - diceva - io ti sono fedele ma ho tre figli e...se devo scegliere fra te e loro chi scelgo? In genere si fa un passo per volta. A Medellin, in Colombia, ho cambiato quattro autisti prima di azzardarmi a chiedere di portarmi nel covo di Pablo Escobar.
Partendo da questo, si arriva ai contatti. Devi credere nei contatti, in quelle che noi chiamiamo fonti. Non solo per rischiare la vita, ma anche nel dare certe notizie esclusive. Nel caso, famoso, di Farouk io mi sono fidato di Graziano Mesina (e lui di me). Ci siamo annusati per settimane prima di fidarci.
Mastrogiacomo a Kandahar, e anche i due funzionari del Sismi a Herat, hanno evidentemente sbagliato contatti. Non ci giriamo intorno: sono stati venduti.
C'è un'ultima componente. Devi stare nel "tuo" territorio, cioè quello del tuo stringer. Mahdi non l'ho portato a Najaf. Shafique a Kabul è copertissimo: è un tagiko in una città tagika, ha combattuto per anni i russi dietro il comandante Massoud da mujaeddin, a Kabul conta, l'ho visto: mi porta da tutti, a qualsiasi livello, mi fa entrare in Afghanistan senza visto, abbraccia ministri e capi della polizia. A Kabul sto nelle sue mani e mi fido ciecamente. Non andrei mai con lui in terra pashtun, men che meno a Kandahar.
Credo di essermi spiegato. Caro Barba, sembra incredibile ma come al solito è sempre la testa al centro di tutto. A parte il culo.
Non spegnete la luce
Venti anni fa i morti furono almeno tremila. Ma nessuno li ha visti. Se il primo dovere di un regime totalitario è reprimere le voci dissenzienti, il secondo è spegnere la luce dell’informazione, occultare i crimini, la repressione, le stragi. Ma anche la Birmania, oggi, suo malgrado, è nell’era internet. Birmania
Iraq, già quarantacinque giornalisti morti
Il giornalista, Abdel Khaleq Nasser, del giornale 'Sada al-Mussel', è rimasto ucciso per l'esplosione di un proiettile di mortaio davanti casa, nel quartiere Bab Abiyad di Baghdad. Con l'uccisione di Nasser sale ad almeno 237 (secondo una stima effettuata dall'Iraqi Journalist Union) il numero degli operatori dei media uccisi in Iraq dall'inizio della guerra (marzo 2003).
Slovenia, petizione contro la censura
La Slovenia è stata spesso descritta come una storia di successo tra le transizioni dell'Est. Ora i suoi giornalisti si ribellano e fanno sentire forte la loro voce di protesta per lo stato preoccupante della libertà di stampa nel paese governato da Janez Janša. 438 firme autorevoli da tutti i media del paese e di tutte le età confermano che in Slovenia la libertà di espressione è sotto torchio. Una lettera forte, volutamente semplice e chiara, da cui trapela anche la preoccupazione per il complice silenzio di un'Unione Europea indifferente a temi che un tempo erano parte della sua identità e che dovrebbero esserlo ancora. Osservatorio Balcani
Attentato al direttore di Shabelle
Due persone armate, non meglio identificate, avrebbero cercato di uccidere il giornalista Jafaar Mohammed ‘Kunai’, direttore responsabile dell’emittente somala Radio Shabelle, obiettivo di un attacco nei giorni scorsi da parte delle truppe governative e costretta a interrompere le trasmissioni. Il tentato omicidio, secondo un comunicato diffuso da Reporters Sans Frontieres, avvenuto il 24 settembre nel centro di Mogadiscio, sarebbe andato a vuoto, e gli assassini sarebbero riusciti a scappare. “Presi nel fuoco incrociato degli assassini mirati e degli arresti arbitrari, i giornalisti somali hanno raggiunto condizioni critiche, che mettono a rischio l’esistenza stessa di un’informazione indipendente nel paese” recita il documento, denunciando il clima di persecuzione a cui sono sottoposti, oltre che a Mogadiscio anche nel Puntland e nel Somaliland, regioni semiautonome del nord, e nell’Hiran, nel sud, molti operatori della stampa indipendente. Tre di essi sarebbero stati arrestati dopo aver scattato fotografie dei combattimenti in corso tra l’esercito del Somaliland e milizie dissidenti. Contro la chiusura di Radio Shabelle, e la persecuzione della stampa libera, l’Ue ha presentato la scorsa settimana una protesta indirizzata al governo di transizione somalo, mentre denuncie analoghe sono state espresse da alti funzionari Onu. Le autorità di Mogadiscio hanno affermato che sono in corso indagini sull’accaduto.
Sunday, September 30, 2007
Siamo tutti birmani

"Una macchia di rosso, colore simbolo della rivolta del popolo birmano, sui media italiani come segno di solidarietà ai colleghi e ai cittadini che rischiano la vita in queste ore in Myanmar in nome della libertà". Questa la proposta lanciata da Information Safety and Freedom, che sostiene l’iniziativa lanciata dai conduttori del Tg1 e propone di allargarla a tutti. "I media comunicano attraverso simboli e grafica. Se i giornali e i telegiornali uscissero con un segnale visibile di solidarietà nell’abbigliamento dei conduttori di tg o nella grafica dei giornali, questo darebbe testimonianza della compattezza della categoria al fianco dei colleghi presi di mira dalla repressione della giunta militare birmana e a sostegno della pacifica protesta del popolo e dei monaci di quel Paese. La battaglia per i diritti umani non ha confini. Oggi siamo tutti birmani, così come ci sentiamo iraniani, iracheni, afghani, russi, cinesi, colombiani, filippini. La repressione sanguinaria della vita e della libertà dell’uomo non può mai essere considerata un «affare interno». La libertà è affare di tutti. A cominciare dai giornalisti".
L'ultimo blogger da Rangoon
Thursday, September 27, 2007
Così muore un fotoreporter
Giace a terra Kenji Nagai, il fotoreporter giapponese della Afp, colpito a morte dalla polizia birmana. Prima di spirare ha ancora la forza di fare l'ultimo scatto. Nagai, 52 anni, è stato colpito da spari nei pressi della pagoda di Sule, dove manifestavano oltre diecimila persone. A documentare il momento drammatico della sua morte è un collega della Reuters. Vedete proprio il momento del suo assassinio: ferito sta ancora fotografando quando un poliziotto passando gli spara a morte. Resta a terra esanime mentre i militari birmani corrono ad accanirsi sulla folla. Sembra che sia stato ucciso anche un reporter tedesco, ma la notizia non è confermata. In Birmania caccia ai giornalisti stranieri
Permettetemi una nota personale. Spesso la nostra categoria è attaccata, non rispettata, derisa. A tavolino si fanno analisi e si fanno le pulci al rimborso spese come se i soldi (ma neppure è vero: guadagniamo quanto quelli che seguono Miss Italia) servissero a cacciare paure e pericoli.
Basterebbe questa foto per capire il destino di un reporter. Quell'estremo atto di testimonianza è doloroso e commovente. Un simbolo di una categoria a cui mi sento fiero di appartenere.
Forse adesso qualche imbecille capirà perchè divento una bestia quando si attacca chi fa il mio mestiere. Quest'immagine dà il senso fisico dei rischi. Non è un film: quel fotografo coreano, nè più ragazzino nè eroe, è morto davvero. Facendo come ultimo atto quello che ha sempre fatto: raccontare una strage, i mali del mondo.
Per me in qualche modo è normale. Sto a Kabul, semplicemente a lavorare. Ma basta uscire e la tua vita è in mano a chi sta molto, ma molto più in alto di noi.
Basterebbe anche la caccia che i birmani danno ai giornalisti per capire l'importanza dei testimoni. Sono scomodi, scomodissimi. Se non ci fossero stati i reporter nessuno saprebbe adesso cosa sta succedendo, il massacro. La cosa ignobile è che tutti vogliono sapere tutto ma poi sono contro la categoria degli inviati: se non ci fossero loro come potrebbero sapere e discutere? Purtroppo ci sono i cretini anche fra noi, come il direttore di Libero che si permette di dire che "è uguale stare a Milano o a Baghdad". Certo, così sarebbe tutto omologato con un paio di telefonate alle fonti, cioè ai padroni del mondo. Le testimonianze forti che invece arrivano dalla Birmania stanno indignando tutti e forse questa carneficina di un regime protetto dai grandi finirà. Non invidio per niente i colleghi, coraggiosissimi, che stanno adesso a Rangoon.
Iraq, morto un altro reporter
Un commando armato ha ucciso ieri a Baghdad il giornalista iracheno Jawad Saadun al Daami, che lavorava per l'emittente tv 'al Baghdadiyah'. Lo hanno riferito fonti di polizia citate dall'agenzia Aswat al Iraq, secondo cui "uomini a bordo di un'auto hanno intercettato al Daami nel quartiere al Qadissiyah e lo hanno ucciso a colpi d'arma da fuoco". Con al Daami, 40 anni, sposato con figli, sale ad almeno 236 (secondo una stima effettuata dall'Iraqi Journalist Union) il numero dei reporter uccisi in Iraq dall'inizio della guerra nel 2003.
Ucciso giornalista critico con il governo
Salvador Sanchez, noto giornalista salvadoregno è stato ucciso mentre usciva dalla sua abitazione per recarsi al lavoro. Sanchez lavorava per tre emittenti considerata di "sinistra" e critiche nei confronti del governo conservatore di Antonio Saca. Secondo quanto diramato dalla polizia non ci sarebbero testimoni oculari dell'omicidio. Gli inquirenti escludono che l'assassinio del giornalista sia avvenuto a scopo di rapina considerando che a Sanchez non è stato rubato alcun effetto personale. Il padre del giornalista ha fatto sapere che negli ultimi tempi il figlio era molto preoccupato.
Saturday, September 22, 2007
Monem è libero

Vi ricordate di Monem? Il giornalista-blogger egiziano arrestato ad aprile scorso in Egitto? Ne parlò il friends vegekuu qui su Blogfriends, post poi ripreso sul mio blog. Bè, Monem finalmente è stato liberato dalle autorità egiziane il 2 giugno di quest'anno dopo essere stato interrogato per ore sui blog e i blogger. Mi piace pensare che anche la solidarietà che gli abbiamo regalato e le firme a sostegno della petizione per la sua liberazione venute da ogni parte del mondo siano servite a qualcosa. Almeno a farlo sentire meno solo. Miracoli del web? (Colgo l'occasione per ringraziare della citazione immeritatamente ricevuta dal blog creato a supporto della causa di Monem) BlogFriends
Myanmar, violenze contro la stampa libera

La Burma Media Association ha denunciato il continuo ricorso alla violenza contro i giornalisti che tentano di coprire le quotidiane manifestazioni sull'aumento del costo della vita che durano dal 19 agosto. In un solo mese sono state verificate 24 gravi violazioni della libertà di informare. Tali violazioni sono state compiute da poliziotti, militari, membri dell’USDA (milizia pro-giunta) o responsabili governativi della censura. Privati di ogni sorta di informazione indipendente, numerosi cittadini ascoltano i servizi in birmano di radio internazionali (RFA, VOA, BBC, DVB) e guardano clandestinamente le emissioni settimanali della catena televisiva DBV TV. Intanto l'Ufficio della censura sta negando sistematicamente la pubblicazione di ogni articolo che tratti l'argomento manifestazioni. I responsabili dei media privati hanno ricevuto l'ordine di pubblicare solo articoli favorevoli al governo e ostili al "nemico sia interno che esterno". Situazione insostenibile nell'ex Birmania se anche i monaci protestano
La Turchia blocca Youtube
Reporters sans frontières ha denunciato la decisione di un tribunale turco di bloccare l'accesso al sito di videosharing YouTube, lo scorso 18 settembre 2007. "Decidere di bloccare tutto il sito solo a causa di qualche video è certamente una misura sproporzionata. Chiediamo alle autorità di revocare questa decisione," ha dichiarato l'organizzazione. L'oscuramento di YouTube è stato deciso dopo l'inserimento on-line di alcuni filmati considerati insultanti nei confronti del fondatore della Repubblica turca, Mustafa Kemal Atatürk, il presidente Abdullah Gül, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan e l'esercito. Sarebbe stato un abitante della città di Sivas a lamentarsi del contenuto dei filmati. Secondo quanto è stato riferito dall' Agenzia di stampa nazionale, Anatolia, il Consiglio turco delle Telecomunicazioni è stato incaricato dalla corte di proibire progressivamente l'accesso al sito. I responsabili di YouTube hanno affermato in un comunicato, poi diffuso da Anatolia, di essere pronti a cooperare con le autorità per risolvere rapidamente la questione. A marzo, il sito YouTube era già stato bloccato da un tribunale turco. L'accesso era stato ristabilito dopo che i filmati considerati oltraggiosi dalle autorità erano stati eliminati.
Fu licenziato per colpa di Bush
L'anchorman autore dello scoop (poi smentito) sui guai di Bush durante il servizio militare, fa causa alla Cbs che lo ha licenziato.«Hanno deciso di sacrificare il giornalismo indipendente a favore di guadagni finanziari» ha detto Rather. La sua rimozione avvenne nel marzo del 2005, mentre la storia dello scoop «azzoppato» è del settembre dell'anno precedente. Dalla diffusione delle notizie sulle presunte mancanze del giovane Bush (e delle relative smentite) fino al momento dell'allontanamento effettivo, Rather subì alcuni declassamenti, prima con la riduzione del programma "60 minutes" e poi con la sua sostituzione alla conduzione delle "Evening News". Corriere.it
Somalia, chiude un'altra radio
L’emittente indipendente somala ‘Radio Shabelle’ ha pubblicato oggi sul suo sito web un comunicato in cui denuncia la chiusura delle trasmissioni dopo il violento attacco subito nei giorni scorsi dalle forze armate del governo di transizione di Mogadiscio, che ha distrutto gran parte delle sue attrezzature. “E’ con tristezza che annunciamo la sospensione delle attività – recita il documento – poiché i colpi d’arma da fuoco sparati per oltre due ore e mezza contro i nostri uffici hanno provocato danni incalcolabili che ci impediscono di continuare ad operare”. L’attacco, definito dal direttore di Shabelle, Yusuf Mahmoud Abdimaaliki, “un attentato alla libertà di informazione nel paese”, è solo l’ultimo dei pericoli che “continuamente minacciano le nostre strutture e la vita dei nostri giornalisti”. Secondo Abdimaaliki, durante l’assedio di ieri alla redazione, gli oltre 30 tra giornalisti e membri dello staff presenti, si sono nascosti sotto i tavoli per sfuggire ai proiettili che entravano dalle finestre e le porte. Ancora uno dei tecnici della stazione radio sarebbe intrappolato nell’immobile circondato dall’esercito. “Facciamo appello ai giornalisti locali ed internazionali perché esercitino pressioni sul governo somalo al fine di far evacuare completamente lo stabile e garantire la libertà di espressione e informazione in Somalia”. Di fatto nelle ultime 24 ore l’emittente non ha effettuato alcuna trasmissione.
Parnaz Azima lascia Teheran
Parnaz Azima, la giornalista di Radio Farda, l'emittente statunitense in lingua farsi, ha lasciato l'Iran dopo otto mesi. La giornalista, che ha la doppia cittadinanza iraniana e statunitense, era giunta in Iran a gennaio per far visita alla madre malata. Subito dopo il suo arrivo le erano stati tolti i due passaporti. Azima era accusata di ''propaganda anti regime'' e ''spionaggio a favore di potenze straniere'', ed era libera dietro il pagamento di una cauzione di 450mila euro. Azima, che è giunta a Praga, dove ha sede Radio Farda, ripartirà per gli Stati Uniti per un periodo di riposo.
Giornalisti inglesi aggrediti a Pechino
Reporters sans frontières da duramente condannato il trattamento riservato a due giornalisti britannici Andrew Carter e Aidan Hartley e al loro stringer cinese Dean Peng, collaboratori del programma "Unreported World" del canale televisivo britannico Channel 4. Lo scorso 14 settembre, durante un sopralluogo in un quartiere di Pechino ovest per un reportage su alcuni firmatari di una petizione arrestati dalla polizia, i giornalisti sono stati aggrediti da alcuni impiegati di un centro di detenzione illegale. Alcuni funzionari della città di Nanyang hanno picchiato i reporter, cercato di sequestrare e rompere le loro telecamere. Quando la polizia è arrivata, gli aggressori hanno smesso di aggredire fisicamente i giornalisti ma questi ultimi sono stati immediatamente fermati dai poliziotti. Andrew Carter e Aidan Hartley sono stati interrogati per sei ore. Gli agenti dell'Ufficio della sicurezza pubblica hanno chiesto loro di firmare un documento con il quale avrebbero ammesso di aver violato la legge cinese. Davanti al loro rifiuto, gli agenti hanno cercato di intimidirli e hanno rifiutato loro cibo e acqua. Lo stringer è stato fermato per un totale di 16 ore. Secondo quanto Dean Peng ha riferito, la polizia voleva costringerlo a smettere di lavorare con i giornalisti stranieri. Questo nuovo caso sottolinea il non-rispetto da parte delle autorità cinesi della normativa che dovrebbe regolare l'attività di tutti i giornalisti stranieri in Cina, adottata nel mese di gennaio 2007.
Cina, liberati dopo anni di prigione
Zhao Yan, collaboratore cinese del quotidiano americano New York Times è stato liberato. La sorella del giornalista ha confermato che il reporter è uscito dal carcere della capitale cinese dove era detenuto, la mattina del 15 settembre. Bill Keller, direttore del New York Times, ha espresso la sua gioia per la liberazione di Zhao Yan in un comunicato. «Abbiamo sempre sostenuto che Zhao Yan fosse un giornalista rispettabile e un vero professionista, il cui unico reato sembra essere stato quello di aver fatto il suo mestiere. Ora speriamo che Zhao Yan, dopo aver scontato la sua condanna, possa riprendere il suo lavoro senza restrizioni di alcun tipo». Il 13 settembre, anche il giornalista e cyberdissidente Li Yuanlong era stato liberato. Arrestato il 25 settembre 2005 nella provincia di Guizhou (Sud), il giornalista era poi stato condannato a due anni di detenzione con l'accusa di "sovversione". Secondo quanto ha riferito il sito Boxun, la sera del 13 settembre 2007, le guardie del carcere hanno chiesto a Li Yuanlong di prendere i suoi effetti personali. Dopo numerosi controlli, alcuni poliziotti hanno riportato il giornalista a casa durante la notte. La famiglia di Li Yuanlong lo ha accolto con sorpresa perché le autorità avevano rifiutato fino ad allora di confermare la data esatta della liberazione del prigioniero. Numerosi difensori dei diritti umani si sono recati nella sua abitazione, il giorno dopo la liberazione, per salutarlo e verificare le sue condizioni fisiche. Giornalista del quotidiano locale 'Bijie Ribao', Li Yuanlong scriveva con lo pseudonimo di Ye Lang ("il lupo della notte") e spesso evocava la problematica della povertà che colpisce le zone rurali della Cina. Aveva inoltre scritto alcuni saggi pro-americani pubblicati da siti Internet basati all'estero.
Fatwa contro vignettista svedese
Abu Omar al Baghdadi, il leader dello “Stato islamico dell'Iraq”, ha lanciato due giorni fa su internet un appello per uccidere Lars Vilks, autore di una vignetta su Maometto, e Ulf Johansson, caporedattore di un quotidiano locale svedese che l'ha pubblicata per primo. Ha promesso inoltre una ricompensa di 100mila dollari per l'uccisione del vignettista (150mila se sgozzato) e 50mila dollari per l'uccisione del caporedattore. Ha chiesto le scuse dei “crociati” di Svezia minacciando di prendersela in caso contrario con le grandi industrie del Paese scandinavo, come Ericsson, Scania, Volvo, Ikea o Electrolux. Il vignettista, sotto protezione della polizia, è rientrato in Svezia dopo un soggiorno in Germania ma le autorità non lo hanno per il momento autorizzato a tornare nella sua casa, ha spiegato il disegnatore all'agenzia svedese Tt. “La polizia ritiene che la situazione sia seria. Non posso dunque dire dove mi trovo”, ha spiegato. La pubblicazione, il 18 agosto, sul 'Nerikes Allehanda', un quotidiano locale della città di Orebro (a ovest di Stoccolma), di un disegno che rappresenta il profeta con un corpo di cane, ha dato vita a una durissima polemica in Svezia e all'estero. Nel Paese scandinavo sono state organizzate manifestazioni e si è scatenato un dibattito sui mass media nazionali sul dialogo e sul rispetto della libertà di stampa. Egitto, Iran e Pakistan hanno inoltre protestato attraverso canali diplomatici.
Nepal, morte misteriosa
Il corpo di Shankar Panthi, 34 anni, corrispondente del giornale promaoista 'Naya Satta Daily' edito nella città di Sunawal è stato ritrovato ai bordi di una strada. Il giornalista stava ritornando all'ufficio in bicicletta dopo aver realizzato un articolo sulla distruzione di un ufficio della Lega della gioventù comunista. La polizia ha subito privilegiato la tesi di un incidente stradale, arrestando anche un conducente di bus, ma la morte del giornalista è più che sospetta. L’Associazione dei giornalisti non scarta affatto la tesi dell'omicidio e ha richiesto che sul suo corpo sia effettuata una autopsia condotta da tre medici, per garantire l'imparzialità del verdetto. Abitanti della città di Sunawal, ancora meno convinti della tesi della polizia, hanno bloccato per ore alcune strade e il mercato locale per fare pressione sulle autorità locali al fine di richiedere una onesta inchiesta sul fatto.
Monday, September 17, 2007
Contro Guantanamo
Condannati a morte in ventitrè minuti

Essere giornalisti nella Repubblica Islamica di Mahmoud Ahmadinejad, soprattutto se non allineati con l’attuale governo, è un reato grave. Lo hanno denunciato proprio in questi giorni 120 tra le più prestigiose firme del giornalismo iraniano, in una lettera indirizzata al governo, nella quale denunciano le forti pressioni che subiscono ogni giorno nell’esercizio della loro professione. L’associazione Reporters sans frontières continua a definire la Repubblica Islamica «la più grande prigione dei giornalisti nel Medio Oriente». L’Iran ha anche un altro primato, quello di essere il secondo paese, preceduto solo dalla Cina, per il numero delle condanne a morte eseguite, che sono ormai quotidiane. Le grandi agenzie internazionali aprono i loro notiziari trasmessi da Teheran con la notizia della condanna, o delle condanne, eseguite o emesse in giornata. Due di queste condanne emesse recentemente dal Tribunale della Rivoluzione di Sanandaj, nel Kurdistan iraniano, riguardano due giovani curdi. Adnan Hassanpour e Hiwa Boutimar, ex redattore del settimanale Asu, chiuso nell’estate del 2005 dopo alcune manifestazioni nelle città curde, per la sola ragione di aver informato la cittadinanza delle richieste dei manifestanti, sono stati condannati, lo scorso 17 luglio, alla pena di morte. Sono stati definiti dalla corte rivoluzionaria mohareb, nemici di Allah. Non sono i primi a essere condannati per questo reato che non è mai stato definito nel codice penare iraniano. Sono nemici di Allah i trafficanti di droga, gli omosessuali, i laici e i controrivoluzionari. Praticamente tutti possono essere definiti nemici di Allah, a maggior ragione se, come Adnan e Hiwa, si tratta di giornalisti, ambientalisti, laici e socialisti. Adnan e Hiwa sono stati condannati in un tribunale a porte chiuse: non era consentito essere presenti nemmeno agli imputati e ai loro due avvocati. I due difensori hanno appreso della condanna a morte per impiccagione dei loro assistiti solo dopo che le famiglie dei due giornalisti avevano ricevuto la comunicazione giudiziaria. Adnan e Hiwa, trasferiti qualche giorno prima del processo, durato 23 minuti, dal carcere della loro città, Marivan, al centro di detenzione del ministero dell’Intelligence a Sanandaj, hanno saputo della loro condanna a morte casualmente e una settimana dopo. Da allora hanno iniziato uno sciopero della fame, che dura ormai da due mesi. Ahmad Rafat Appello per Adnan e Hiwa
Volevano documentare il dramma di Gaza
"I servizi di sicurezza di Hamas nella Striscia di Gaza hanno arrestato sei giornalisti arabi", a sostenerlo è l'agenzia di stampa Palestine Press vicina al movimento di Fatah. I reporter sarebbero stati assaliti dalle milizie di Hamas mentre tentavano di assistere alla preghiera del venerdì in piazza El Katiba a Gaza. Fatah aveva chiesto ai suoi sostenitori a Gaza di andare a pregare nella piazza come segno di protesta contro Hamas. E secondo l'agenzia di stampa, le milizie di Hamas hanno assalito i cronisti distruggendo i loro apparecchi fotografici e confiscando i registratori. I reporter rapiti sono Salem Abu Salem, fotografo dell'agenzia di stampa Palestine Press; Zakaria Abu Herbid e Mohammed Abu Seidu, rispettivamente reporter e fotografo dell'agenzia di stampa Ramatan; Sawah Abu Seif, giornalista di una televisione tedesca e un suo assistente; Ibrahim Iaghi, cronista di una televisione giapponese.
Cina, vietate poesie su Tienanmen
La raccolta di poemi sugli avvenimenti del giugno 1989, "Liusi Shiji" ("Raccolta sul 4 giugno"), è stata inscritta nella lista delle opere proibite. Jiang Pinchao, coordinatore della raccolta, contattato da Radio Free Asia, ha dichiarato: "Non siamo minimamente sorpresi da questa censura. Le autorità non vogliono alcun turbamento pubblico in occasione della apertura del loro Congresso che avverrà il 15 settembre". Il libro è stato proibito fino alla fine dell'anno. In caso di non adempimento alla proibizione la raccolta verrebbe confiscata in tutte le librerie.
Iran, nuovi attacchi contro la stampa
L’ayatollah Khamenei ha di nuovo violentemente attaccato i media iraniani accusandoli di "malevolenza" e di "collaborazione con i media stranieri". L’ayatollah ha ugualmente denunciato "l'esagerazione" dei titoli degli articoli che avevano salutato, il 3 settembre scorso, la nomina dell'ex presidente della Repubblica Akbar Hashemi Rafsanjani alla testa dell'Assemblea degli esperti (il conclave politico-religioso a cui la Costituzione iraniana attribuisce il potere di scegliere la Suprema Guida, contestarne le scelte ed eventualmente imporne le dimissioni). Tali dichiarazioni seguono di appena una settimana la pubblicazione di un comunicato, firmato da 150 giornalisti, che protestavano contro il degrado della situazione della libertà di stampa nel Paese. Nel testo, essi denunciavano la convocazione di molti direttori di giornali da parte del procuratore di Teheran, Saïd Mortazavi, per impedir loro di pubblicare notizie riguardanti la sorte di tre studenti incarcerati da tre mesi per aver reso pubblici articoli giudicati "anti-islamici". Intanto la giornalista irano-americana di Radio Farda, Parnaz Azima, è stata convocata da agenti del ministero dell'Informazione, che le hanno comunicato che poteva ritirare il passaporto e quindi lasciare il Paese. La giornalista (al centro di una querelle internazionale) aveva visto confiscare il passaporto al suo arrivo in Iran nel gennaio 2007 mentre tornava a visitare la madre gravemente malata. La giornalista è tuttora perseguita nel Paese per "attività controrivoluzionaria e azioni contro la sicurezza dello Stato".
Marocco, libertà ancora lontana

Mentre le elezioni che si sono appena tenute dovrebbero dimostrare il livello di sviluppo democratico del Marocco, la libertà di stampa è messa in discussione da alcuni recenti provvedimenti. Il direttore e uno dei redattori del settimanale 'Al Watan Al An' sono stati condannati per aver pubblicato notizie riservate sul piano antiterrorismo del governo e Ahmed Benchemsi, il direttore dei giornali 'TelQuel' e 'Nichane', è sotto processo per un editoriale che criticava il re e che è stato considerato “offensivo”. Dall’ascesa al trono di re Mohammed VI, nel 1999, bene 34 testate sono state censurate e 20 giornalisti sono stati condannati a pene detentive. In questo clima surriscaldato, non manca un aspetto che può far sorridere: se Benchemsi è sotto processo è perché gli viene rimproverato, come scrive lui stesso, non tanto il contenuto del suo articolo, quanto il fatto che si rivolgesse al re in “darija”, l’arabo parlato in Marocco, considerato lingua nazionale da alcuni e un dialetto volgare da altri. Mélange di parole spagnole, portoghesi, francesi e berbere, oltre che arabe, il marocchino è la lingua del popolo e quella in cui è scritto il giornale 'Nichane', mentre l’arabo classico è preferito dalle élite e considerato un elemento unificatore del mondo musulmano. Benchemsi, difendendosi dalle accuse, sottolinea che i testi del governo sono scritti in arabo classico, mentre “il solo documento ufficiale in marocchino resta, fino ad oggi… il Codice della strada!” E commenta: “Lo Stato sostiene la propaganda ufficiale che vuole assimilarci, volenti o nolenti, agli Arabi mediorientali, ma quando si tratta di questioni di vita o di morte (al volante) non si scherza più: bisogna comunicare nella lingua del popolo, la sola che si comprenda chiaramente”.
Pestaggio in diretta
Un giornalista australiano della rete televisiva "Seven" e' stato buttato a terra e picchiato da due uomini fuori dalla stadio, ieri a Melbourne,subito dopo aver assistito ad una partita del campionato di rugby. Ben Davis, cosi' si chiama il giornalista, non ha subito gravi lesioni ma la polizia ha potuto arrestare i suoi aggressori perche' il pestaggio e' avvenuto in diretta e le telecamere del network australiano hanno continuato a riprendere tutto. Il filmato
Arrestato giornalista palestinese
Faeq Jarada, un giornalista della televisione pubblica palestinese, è stato arrestato ieri sera nella città di Gaza dalla polizia di Hamas, secondo quanto hanno rivelato alcuni testimoni oculari e i suoi familiari. Jarada sarebbe stato prelevato dalla sua abitazione da agenti della Forza esecutiva del movimento islamista. Nel blitz sarebbero state sequestrate diverse videocassette. Hamas aveva annunciato l'intenzione di applicare una legge sulla stampa del 1995, che l'allora presidente Yasser Arafat aveva voluto per meglio controllare l'informazione. La legge, di fatto, non era mai stata applicata, anche se formalmente è sempre restata in vigore. Condannata dai giornalisti palestinesi, la normativa tra l'altro vieta la pubblicazione di notizie atte a compromettere l'unità nazionale e di diffondere informazioni segrete sulla polizia e le forze di sicurezza.
Cile 1973: quattromila vittime, anche reporter

Anche quest'anno ISF rende omaggio ai 68 operatori dei media (21 giornalisti, 20 fotoreporter o cameramen, 27 grafici o tipografi) - che figurano tra le oltre 4.000 persone uccise o scomparse durante la dittatura di Augusto Pinochet, iniziata l’11 settembre 1973 e conclusasi nel 1986. La maggior parte degli operatori dei media uccisi furono arrestati, torturati e assassinati nella settimana che seguì il colpo di Stato, ma una legge promulgata dalla giunta nel 1978 amnistiò tutti i crimini commessi anteriormente. Durante gli anni ‘80 altri giornalisti furono uccisi durante la repressione che seguì un’ondata di proteste che fecero da preludio alla fine della dittatura. L’ultimo giornalista ucciso dalla dittatura fu José Carrasco Tapia. Nel luogo dove il suo corpo fu ritrovato massacrato, un monumento alla memoria dei giornalisti uccisi o scomparsi durante il regime di Pinochet fu inaugurato l’8 settembre 1999.
A Guantanamo, in fin di vita
Lontano dalle telecamere, dai palazzi del potere, dal Pentagono e dalla Casa Bianca, si consuma l'altra faccia della guerra al terrorismo: quella dei dimenticati o dei senza nome, a volte incolpati o incarcerati per semplici sospetti di terrorismo. E' il caso di Sami al-Hai, un giornalista sudanese di Al Jazeera catturato sei anni fa in Afghanistan e da allora detenuto nella prigione americana di Guantanamo, senza accuse formali, senza un processo a suo carico. E' il britannico Independent, nella sua edizione online, a raccontare la storia. Sami, da giorni in sciopero della fame, si starebbe lasciando morire. Lo ha detto un'equipe di medici psichiatri inglesi e americani che lo ha visitato. Il suo si appresta a diventare così il quinto caso di "suicidio passivo" avvenuto a Guantanamo, dopo quello di tre sauditi e di un yemenita, tutti e quattro trovati morti suicidi nelle loro celle nel centro di detenzione a Cuba. Sami al-Hai, di 38 anni, fu inviato in Afghanistan all'indomani dell'invasione statunitense nell'ottobre del 2001. Il mese successivo lasciò il Paese diretto per il Pakistan insieme alle troupe di Al Jazeera; tentò di tornare in Afghanistan solo dopo aver ricevuto un nuovo visto di ingresso all'inizio di dicembre. Fu allora che Sami venne arrestato dalle autorità pakistane su ordine del comando statunitense. Venne poi consegnato alle autorità americane nel gennaio del 2002, deportato nel centro di detenzione di Bagram in Afghanistan, poi a Kandahar, e successivamente approdò a Guantanamo nel giugno del 2002. La storia
Tutte le bugie del Cremlino

Fra tre settimane sarà il primo anniversario della morte di Anna Politovskaya. Sotto accusa naturalmente (da subito) il Cremlino a cui la coraggiosa giornalista russa da tempo creava grattacapi. E proprio con il montare della reazione internazionale, Putin - dopo un silenzio agghiacciante - adesso sforna notizie ogni giorno. Arresti gratuiti, incriminazioni improbabili frutto di un'inchiesta dai contorni misteriosi visto che sono stati cacciati di botto gli investigatori che indagavano sull'omicidio sostituiti non si sa da chi. Stamattina a Mosca hanno catturato Shamil Durayev: sarebbe lui, secondo le autorità, ad aver organizzato l'assassinio di Anna. Insomma, il mandante. Bisogna sapere però che l'obiettivo degli attacchi della Politovskaya è sempre stato Ramzan Kadirov, presidente ceceno pupazzo del Cremlino. Lo aveva sempre accusato direttamente, anche nell'ultimo articolo, per le torture a Grozny. E proprio Kadirov aveva cacciato Durayev: nel 2003, tre anni prima dell'omicidio di Anna. Insomma Durayev nemico giurato di Kadirov: e perchè doveva uccidere la giornalista? Mi ricorda tanto quando fui rapinato a Mosca, nell'immediato post-comunismo. Quando andai al commissariato per la denuncia, mi fecero vedere le foto segnaletiche di tutti ricercati ceceni. Io, che frequentavo da due anni la Russia e capivo molte parole, a spiegare: ma no, sono russi, non ceceni. E loro niente: sono ceceni, siamo sicuri. So anche, per tornare alla notizia di oggi, che la "Komsomolskaya Pravda" (la verità dei giovani comunisti) che ha lanciato ed enfatizzato l'arresto è vicinissima a Putin. Probabilmente ha ragione Ilia, il figlio di Anna: "In Russia è cominciata la campagna elettorale e c'è chi vuol ripulirsi la faccia". Il popolo russo è paziente, fatalista ma non stupido. E soprattutto non dimentica. L'inferno Cecenia
Egitto, condannati ai lavori forzati
Un anno di lavori forzati, 25mila lire egiziane (circa 2.500 euro) e 10mila lire egiziane (circa 1.300 euro) di cauzione. Durissima la condanna emessa da un tribunale del Cairo nei confronti di 4 direttori di giornali. Secondo la sentenza, Abdel-Halim Qandil (settimanale “Karama”), Ibrahim Issa (nella foto, quotidiano “El Dostur”), Adel Hammouda (settimanale “Al Fagr”) e Wael Al-Abrashi (quotidiano “Sawt al-Umma”) sono colpevoli di “aver nuociuto alla reputazione della Nazione, diffondendo consapevolmente notizie false e tendenziose”. Avverso la sentenza, i quattro giornalisti egiziani hanno deciso di presentare ricorso. Intanto, Ibrahim Issa, direttore di “Al-Dostur”, quotidiano vicino ai Fratelli Musulmani, fra pochi giorni dovrà comparire di nuovo in tribunale, per aver dato risalto alle voci che, alla fine di agosto, davano insistentemente per morente, se non già addirittura cadavere, il presidente egiziano Hosni Mubarak. Voci, subito rimbalzate all’estero, che avevano poi costretto lo stesso Rais a comparire in pubblico e in TV per dimostrarne l’infondatezza. All’origine della condanna dei 4 giornalisti c’è la denuncia di Ibrahim Rabe’a Abdel-Rasul, un oscuro avvocato, membro dell’onnipotente Partito Nazional-Democratico. L’accusa: aver diffamato, con una serie di articoli pubblicati fra luglio e settembre 2006, il presidente egiziano Mubarak, suo figlio Gamal (vice-segretario generale del Partito), il Primo Ministro Ahmed Nazif e il Ministro dell’Interno. In realtà, gli articoli si limitavano a tentare di far luce sulle oscure manovre (e gli intrighi all’interno del partito) per la successione di Hosni Mubarak, e per averne indicato proprio il suo rampollo Gamal (44 anni) come il più probabile erede alla presidenza. Malgrado le recenti, timide aperture del regime nei confronti della stampa scritta (per la TV egiziana c’è ancora molto da attendere) quello della successione è tuttavia ancora uno dei tabù più inattaccabili: nessuno, per alcun motivo, ha il diritto di criticare il capo dello Stato e il suo “entourage” più stretto. Condannando quattro notissimi esponenti della stampa cosiddetta indipendente, il messaggio è apparso a tutti chiarissimo. Marc Innaro Articolo21
Sunday, July 01, 2007
Testimoni

Abbiamo lasciato questo spazio il primo luglio. Lo riprendiamo adesso, a metà settembre, con una constatazione drammatica. In due mesi e mezzo, solo in due mesi e mezzo, sono morti ventidue reporter: da 62 vittime secondo l'ultimo aggiornamento siamo saliti infatti a 84. Quasi tutte in Iraq: 17 su 22, segno di una strage senza fine, un tributo di sangue altissimo per un guerra sbagliata. Per non parlare dei rapiti, degli imprigionati, dei feriti, dei minacciati. So che il mestiere di giornalista non è amato: nè da chi non vuole testimoni, nè dalla maggior parte della gente che preferirebbe non sapere. E continua a non capire perchè andiamo a rischiare la vita. Non si rende conto di quanto invece sia importante la testimonianza in un mondo che va sempre più alla deriva con poche persone che vorrebbero manipolare tutto. Riprendiamo allora qui il filo, con un impegno più forte. Flashback
Thursday, June 28, 2007
Ricordando Oriana
«Quando la incontrai ero incinta e lei non faceva che ripetermi che avevo fatto una cosa straordinaria a diventare mamma e che per questo mi ammirava. Dopo l'arrivo al mondo di mio figlio Darius John, lei gli spedì un bel regalo e incominciò a impartirmi lezioni su come essere una buona madre, perché secondo lei ciò era altrettanto importante che essere una brava giornalista. Credo che fosse molto invidiosa della mia famiglia e abbia rimpianto enormemente il non aver mai avuto figli». Parla Christiane Amanpour, la giornalista anglo- iraniana che venerdì 29 giugno parteciperà a una giornata di studio in onore di Oriana Fallaci, presso la New York Public Library. Uno dei due appuntamenti della manifestazione «Oriana Fallaci e l'America». Corriere.it
Tuesday, June 26, 2007
Giornalista morto nelle Filippine
Un giornalista della radio di Stato filippina è stato ucciso oggi da ignoti nella più meridionale delle isole Filippine, quella di Tawi Tawi. Lo riferiscono fonti locali, precisando che Vincent Sumalpong, giornalista dell’emittente radiofonica governativa Radyo ng Bayan (la radio del popolo) è stato ucciso da ignoti nella città di Bongao, capoluogo della provincia. Secondo la ricostruzione fornita dalla polizia, il giornalista sarebbe stato bersaglio dei colpi di un sicario mentre era a bordo di una moto con un suo collega, Vema Antham, rimasto ferito nell’agguato. Secondo Antham, ferito a un ginocchio, i sicari erano più di uno. Ignote al momento le ragioni dell’omicidio e la polizia ha detto di aver avviato indagini a tutto todno, prendendo in esame sia l’attività lavorativa di Sumalpong che la sua vita privata. Sumalpong è il terzo giornalista ucciso nelle Filippine dall’inizio dell’anno, ricorda oggi il locale sindacato dei giornalisti, aggiungendo che dal gennaio 2001 (da quando cioè è salita al potere la presidente Gloria Macapagal Arroyo) 52 reporter sono morti assassinati.
Uccisa un'altra reporter irachena
Una giornalista irachena di 35 anni e' stata uccisa mentre si recava al lavoro a Mosul, secondo quanto appreso da fonti della polizia. Zeena Shakir Mahmoud e' stata colpita nel pomeriggio di ieri nel quartiere a maggioranza sunnita di Intisar, nella zona orientale di Mosul, ha riferito il generale Abdul-Karim al-Joubouri. Ex-giornalista radiofonica, Zeena Shakir Mahmoud lavorava per il giornale Al-Haqiqa, un organo del Partito democratico del Curdistan, secondo quanto ha riferito Abdul-Ghani Ali Yahya, responsabile del sindacato dei giornalisti del Curdistan. La donna era di religione sunnita.
Il video choc di Johnston

Arrivano le prime proteste dalla Gran Bretagna per il video rilasciato dai rapitori di Alan Johnston, in cui il giornalista della Bbc viene mostrato con indosso una cintura esplosiva come quelle utilizzate dai kamikaze. Il sito del quotidiano britannico 'The Guardian' rende noto che il Foreign Office ha duramente condannato il video, diffuso dall'Esercitodell'Islam.
Picchiata giornalista ungherese antimafia

Una giornalista ungherese e' stata brutalmente pestata da sconosciuti e ridotta in fin di vita in ospedale. Lo riferiscono i media locali. La donna, Iren Karman, indagava sui traffici della mafia nel settore petrolifero ed e' stata trovata la notte scorsa da un pescatore legata su una riva del Danubio a Budapest. Adesso, secondo quanto confermato dalla polizia, e' ricoverata in fin di vita in un ospedale della capitale e date le sue condizioni non puo' essere interrogata. Oltre alla polizia anche i servizi segreti hanno avviato indagini. Qualche anno fa la giornalista aveva pubblicato un libro sui ''traffici illeciti della mafia del petrolio'' ungherese negli anni '90. Gam
Hamid Mir minacciato di morte

"Sono un uomo fortunato" sostiene Hamid Mir con amarezza, "fortunato perchè ancora vivo. Per quanto ancora non so...ma oggi sono ancora vivo". Hamid Mir ha dovuto lasciare in fretta Islamabad insieme alla sua famiglia, dove svolgeva il suo lavoro alla GeoTv pakistana come inviato e conduttore della trasmissione di approfondimento politico 'Capital Talk' dopo le numerose minacce di morte ricevute nei giorni scorsi. "E' passato poco più di un anno da quel tragico 19 giugno 2006 quando venne ritrovato ucciso il mio collega e carissimo amico Hayatullah Khan tra le pietre di un villaggio del Waziristan (un territorio tribale non lontano dal confine con l'Afghanistan), i suoi polsi portavano ancora le manette e al centro della fronte un evidente segno di una pallottola. Un'autentica esecuzione. La barba lunga e trascurata, i vestiti laceri mi hanno fatto capire che Khan venne a lungo torturato prima di essere ucciso. Hayatullah Khan venne rapito il 5 dicembre 2005 e non si seppe più nulla di lui fino al ritrovamento del suo corpo un anno fa." "La 'colpa' di Khan era quella" - sostiene Hamid Mir - "di aver lavorato con me alla realizzazione di un reportage su una strage di civili compiuta dall'esercito pakistano e dagli uomini dell'ISI (i servizi segreti di Karachi) nella regione del Waziristan. Le autorità pakistane ci avevavo minacciato più volte mettendoci in guardia dal diffondere il nostro reportage che dimostrava come fosse lampante la responsabilità dei militari e dell'intelligence pakistana in quella odiosa strage di civili compiuta durante un'operazione antiterrorismo." "Non esitammo a definire 'terroristi' gli ufficiali che ordinarono la strage" continua Hamid Mir "e questo costò la vita a Hayatullah Khan, sequestrato, torturato e ucciso da sicari di quelle stesse autorità che erano dietro la morte di quei civili, anche se il rapimento venne attribuito a semplici banditi di strada. Ma io so che non è andata così... Già nei giorni immediatamente successivi alla messa in onda del reportage Khan venne minacciato di essere ucciso se non avesse abbandonato la professione di giornalista e chiedesse pubblicamente 'scusa'. Ma Khan, coraggiosamente, rifiutò di piegarsi alle minacce."
E ora di nuovo quelle stesse minacce di morte che hanno portato alla morte di Hayatullah Khan tornano a colpire Hamid Mir, giovane e brillante giornalista pakistano, 41 anni, scrittore e reporter di grande valore e cultura. L'unico reporter al mondo ad aver intervistato tre volte Osama bin-Laden, e l'ultima intervista allo sceicco saudita realizzata dopo l'11 settembre è universalmente considerato il più grande scoop giornalistico degli ultimi sei anni. "Non possono impedirmi - nessuno può farlo - di fare il giornalista, ora certo sono costretto a vivere in condizioni di altissima vigilanza e mettermi in salvo con la mia famiglia. Una scelta obbligata quella di proteggere i miei familiari. Sono felice e fiero di avere una famiglia eccezionale composta da mia moglie e dai miei due figli ancora adolescenti che mi hanno sempre sostenuto in questi difficilissimi anni di lavoro tra Pakistan e Afghanistan. Io stesso appartengo a una famiglia di giornalisti, mio padre Waris era un columnist e un professore di giornalismo all'Università del Punjab, a Lahore. I miei due fratelli e anche mia moglie sono giornalisti....Nessuno potrà impedirmi di fare il giornalista. Dovranno uccidermi per impedirmelo.." "La situazione attuale in Pakistan è gravissima e mi aspetto gravi incidenti e un'ondata di attentati durante il mese di luglio, oltre che un ulteriore limitazione della libertà di stampa. La televisione per la quale lavoro è stata assaltata e parzialmente distrutta dalle forze speciali dell'esercito pakistano, le minacce di morte contro di me e contro la mia famiglia hanno ormai superato il livello di guardia, è stato impedito a me e ai miei collaboratori di entrare in Parlamento, il mio programma televisivo di approfondimento politico 'Capital Talk' è stato limitato nelle durata e nei giorni di emissione, oltre che essere sottoposto a un'isopportabile censura preventiva... Ormai non mi restava altro dare che portare in salvo la mia famiglia e sperare nella protezione di Dio..."
Prima di salutare Hamid, manifestandogli tutta la mia solidarietà e impegnandomi a difenderlo in ogni contesto gli pongo due domande: Sapresti dire dove si trova ora Osama bin-Laden? "Osama vive lungo il confine tra Pakistan e e Afghanistan. Io non ho contatti diretti con lui, né con suoi intermediari. Ma se mai volesse parlare con me saprebbe bene dove e come trovarmi..." E' vero che hai pronto, ma ancora nel cassetto, un altro dei tuoi 'scoop' su Osama? "Beh...diciamo che ho finito di raccogliere materiale eccezionale e inedito e di scrivere la biografia completa di bin-Laden dal 2001 a oggi... Ora non mi resta che trovare un editore per fare uscire il libro il prima possibile..." Roberto di Nunzio Un giornalista coraggioso
Wednesday, June 13, 2007
La falsa libertà di stampa in Algeria
Algeri - Il meccanismo è il solito, come in tutto il Maghreb. Se arrivi ad Algeri con la telecamera ti accoglie un funzionario gentile e la impacchetta. “Nessun problema, basta chiedere l’autorizzazione”. Il giorno dopo vai allora al ministero dell’informazione (o della comunicazione, come si chiama qui) e devi riempire una miriade di fogli, nonostante i venti giorni attesi in Italia per avere il visto da giornalista. Naturalmente le risposte devono essere appropriate. Scopo del viaggio? Guai a dire, che so, terrorismo. Va benissimo scrivere “elezioni” così si sentono tutti più tranquilli. Passano un paio di giorni, se va bene, e ti restituiscono la telecamera con regalino però: quattro angeli custodi al seguito. Anche loro sorridono: “E’ per la vostra sicurezza” dicono. E intanto non ti mollano un attimo, neppure se vai in farmacia. L’età porta pure l’esperienza così sai come tranquillizzarli. La prima tappa è al quartier generale del Fronte di Liberazione Nazionale, cioè il partito del presidente, che governa da quarantacinque anni, altro che Dc. Da quando annullarono con un colpo di mano i risultati delle elezioni che avevano sancito la vittoria degli islamici del Fis. Naturalmente anche in questa occasione la coalizione che appoggia Bouteflika ha stravinto, ottenendo 249 seggi su 389 e viene spontanea la domanda: ma è un trionfo meritato oppure un consenso blindato? Insomma, la democrazia a che punto sta in Algeria? La domanda è rivolta naturalmente ai colleghi che incontro nella sala stampa elettorale. Prima di rispondere chiedono l’anonimato e già questo è un brutto segno. “Se leggi i giornali – ci dice un collega anziano – hai l’impressione di una grande libertà perché ci sono quotidiani che attaccano, anche pesantemente, il presidente. Ma è una tattica precisa. Bouteflika usa quegli attacchi come cavallo di Troia, dà l’idea di una grande apertura e invece è solo un’illusione perchè sa bene che in Algeria tutti hanno una televisione ma pochissimi comprano i giornali. Lo stesso vale per Internet, assai poco diffuso. Il presidente sa insomma che l’opinione pubblica è condizionata solo dalla televisione e dalla radio e allora lì arriva la mannaia, nessuno si può permettere un dissenso aperto”. E comunque, spiega ancora, la carta stampata vive di pubblicità e questa è per il novanta per cento di provenienza statale, come gli stabilimenti tipografici per stampare. Se qualcuno alza troppo il tiro, basta presentargli la fattura per farlo tacere. E se neanche il ricatto economico ci riesce, allora arriva la galera. La riforma del codice penale algerino del 2001 ha infatti introdotto pesanti ammende e pene detentive per diffamazione ai danni del presidente, del parlamento e di ogni altra istituzione pubblica. Attualmente sono in corso numerosi procedimenti penali per reati a mezzo stampa contro giornalisti di quotidiani privati francofoni, principalmente Le Matin, Liberté, Le Soir d'Algérie e El Watan. Dieci sono i giornalisti algerini attualmente in carcere: Farid Alilat, Fouad Boughanem, Hakim Laâlam, Abla Chérif, Hassane Zerrouky, Youssef Rezzoug, Yasmine Ferroukhi, Hafnaoui Ghoul, Ahmed Benaoum, direttore del gruppo editoriale Er-raï Elâm, e Mohamed Benchicou, direttore del giornale Le Matin, condannato a due anni di detenzione di rigore per aver violato la legge che disciplina il controllo dei cambi e i movimenti di capitali. La sua domanda di liberazione per ragioni di salute è stata respinta dalla magistratura algerina malgrado il netto aggravamento delle sue condizioni. Tornando a Roma, incontro all’aeroporto Giuliana Sgrena. Mi racconta di un solo angelo custode contro i miei quattro. Certo, non lavora per la televisione. Mette meno paura. Articolo21
Per ricordare Zakia Zaki

Grazie all’associazione AINA, un documentario che presenta il talento e il coraggio della giornalista Zakia Zaki, è disponibile su You Tube. La Zaki da sei anni dirigeva la radio privata locale 'Radio Pace'. E' stata uccisa nella sua abitazione l'8 giugno. You Tube
Da sei anni a Guantanamo

Il cameraman sudanese di Al-Jazira, Sami Al-Haj, è entrato oggi nel sesto anno di detenzione nella base militare americana di Guantanamo, senza capi di accusa e senza essere stato processato. Reporters sans frontières, che ha incontrato la famiglia del giornalista in Sudan, lo scorso 19 marzo, sottolinea nuovamente che questa detenzione è incostituzionale e contraria al diritto internazionale. L’organizzazione auspica la chiusura della base di Guantanamo, uno dei peggiori scandali giuridici ed umanitari degli ultimi anni. "Come osa il governo degli Stati Uniti dare lezioni in materia di diritti umani quando i suoi stessi rappresentanti non li rispettano? A due riprese, la Corte suprema ha definito “incostituzionale” la detenzione dei presunti “nemici combattenti” a Guantanamo. Lo scorso 7 giugno, il Comitato giudiziario del Senato americano si è pronunciato in favore del ripristino del diritto all'Habeas Corpus, da applicare a questi prigionieri: questo comporterebbe la loro comparizione davanti a delle giurisdizioni civili e non militari. Infine, lo scorso 11 giugno, una corte di appello federale, mentre esaminava il caso di un individuo detenuto nella Carolina del Sud, ha ricordato che il Presidente non ha il potere di esigere dall’esercito l’arresto e la detenzione indefinita dei prigionieri. I testi e la giurisprudenza impongono oggi la liberazione di Sami Al-Haj", ha dichiarato Reporters sans frontières. Assistente cameraman dell’emittente satellitare araba Al-Jazira, padre di un bambino, Sami Al-Haj è stato arrestato nel dicembre 2001 alla frontiera tra l'Afghanistan e il Pakistan dalle forze di sicurezza pachistane. Accusato senza prove di essere affiliato ad Al-Qaïda, il giornalista è stato consegnato, il 7 giugno 2002, all’esercito americano che, il 13 giugno dello stesso anno, l’ha trasferito a Guantanamo. Nessun capo di accusa è stato formulato nei sui confronti dal giorno del suo arresto. Secondo quanto ci riferisce il suo avvocato, Clive Stafford-Smith - che in passato è stato minacciato dalle autorità della base militare -, il giornalista ha cercato di far valere i suoi diritti e ha iniziato uno sciopero della fame nel mese di gennaio 2007 ( comunicato del 6 marzo 2007) ma è stato costretto ad interromperlo, obbligato a mangiare dalle sue guardie carcerarie.
Palestina: attaccate televisioni
Guardie presidenziali palestinesi, fedeli al presidente Abu Mazen, hanno attaccato oggi la filiale di al Aqsa Television, emittente televisiva controllata da Hamas a Ramallah, in Cisgiordania, rapendone i lavoratori. Ramallah era rimasta sino ad ora abbastanza calma, nonostante gli scontri tra Hamas e Fatah abbiano ucciso, secondo alcune stime, circa 600 persone, soprattutto a Gaza, da quando Hamas ha vinto le elezioni parlamentari, nel gennaio del 2006. A Ramallah, in Cisgiordania, hanno sede gli uffici presidenziali di Abbas e di Fatah, mentre il primo Ministro Ismail Haniyeh, di Hamas, ha residenza a Gaza, dove si trova anche la sede principale dell'emittente al-Aqsa Television.
Wednesday, June 06, 2007
Assassinata un'altra giornalista afghana
Una giornalista afghana è stata assassinata oggi a colpi di arma da fuoco nel nord della capitale Kabul, a meno di una settimana di distanza dall'uccisione di una conduttrice televisiva.Zakia Zaki, che era anche preside di una scuola nella provincia di Parwan, dirigeva una radio privata fondata con l'aiuto di finanziamenti occidentali.La donna, 35 anni, sposata, è stata uccisa nella sua casa nella notte di ieri.L'associazione indipendente di giornalisti afghani dice che Zaki era stata recentemente minacciata di morte da alcuni leader locali che volevano la chiusura della radio.Le autorità hanno detto di aver aperto un'inchiesta per scoprire chi ha ucciso Zaki, considerata una giornalista coraggiosa e schietta.L'episodio arriva a pochi giorni dall'assassinio di Sanga Amach, una conduttrice di notiziari di una televisione privata, uccisa nella sua casa di Kabul lo scorso venerdì.I media indipendenti sono fioriti in Afghanistan dopo la caduta dei talebani nel 2001, quando decine di imprenditori privati hanno fondato radio e televisioni.Molti di questi canali trasmettono soprattutto programmi di intrattenimento, talvolta criticati per i loro contenuti, considerati troppo moderni in una nazione profondamente conservatrice. Reuters
Sunday, June 03, 2007
Raccontare il dolore
"Perché Pino Scaccia, uno dei più autorevoli e impegnati inviati di guerra, è costretto a fare corrispondenze di cronaca nera per il Tg1?" La meringa
Questo è il post che Annachiara sul suo simpatico blog ha dedicato molto generosamente al gabbiano. Ringrazio dell'attenzione, e della stima, ma è evidente che c'è un pò di confusione sul ruolo e sui compiti di un reporter. Il titolo addirittura grida "Tg1 vergogna" come se l'avermi affidato i reportage da Marsciano, per raccontare una storia importante e triste di questa nostra Italia, fosse considerata una punizione. Come se fosse un titolo di merito, addirittura una promozione, il mandarmi dove si rischia la vita. Personalmente ho sempre rifiutato l'etichetta di inviato di guerra perchè non esiste, è stata inventata dall'immaginifico popolare. Allineandomi al grande Enzo Biagi, io mi sento solo, semplicemente un cronista. Che va dove lo porta la notizia. Se poi gli eventi negli ultimi anni sono stati spesso disgraziamente legati alle guerre è solo una rovina per l'umanità. Il mio mestiere è di raccontare e nella mia (purtroppo) lunga carriera ho seguito di tutto: dal terrorismo alla mafia, dai terremoti ai sequestri, dallo tsunami al g8, dai grandi misteri alle storie drammatiche. Possibile che per essere considerati bravi, bontà vostra, bisogna solo infilarsi in posti dove sfiori la morte? Ed ecco perchè si parla frequentemente male dei giornalisti, perchè neppure si sa che mestiere fanno. Vorrei chiarire che seguire vicende come quella di Marsciano è molto più difficile e impegnativo, credetemi, di una trasferta a New York per l'11 settembre. Parlare di storia è semplice, parlare delle persone è molto più complicato. E doloroso.
Questo è il post che Annachiara sul suo simpatico blog ha dedicato molto generosamente al gabbiano. Ringrazio dell'attenzione, e della stima, ma è evidente che c'è un pò di confusione sul ruolo e sui compiti di un reporter. Il titolo addirittura grida "Tg1 vergogna" come se l'avermi affidato i reportage da Marsciano, per raccontare una storia importante e triste di questa nostra Italia, fosse considerata una punizione. Come se fosse un titolo di merito, addirittura una promozione, il mandarmi dove si rischia la vita. Personalmente ho sempre rifiutato l'etichetta di inviato di guerra perchè non esiste, è stata inventata dall'immaginifico popolare. Allineandomi al grande Enzo Biagi, io mi sento solo, semplicemente un cronista. Che va dove lo porta la notizia. Se poi gli eventi negli ultimi anni sono stati spesso disgraziamente legati alle guerre è solo una rovina per l'umanità. Il mio mestiere è di raccontare e nella mia (purtroppo) lunga carriera ho seguito di tutto: dal terrorismo alla mafia, dai terremoti ai sequestri, dallo tsunami al g8, dai grandi misteri alle storie drammatiche. Possibile che per essere considerati bravi, bontà vostra, bisogna solo infilarsi in posti dove sfiori la morte? Ed ecco perchè si parla frequentemente male dei giornalisti, perchè neppure si sa che mestiere fanno. Vorrei chiarire che seguire vicende come quella di Marsciano è molto più difficile e impegnativo, credetemi, di una trasferta a New York per l'11 settembre. Parlare di storia è semplice, parlare delle persone è molto più complicato. E doloroso.
Friday, June 01, 2007
Iraq, altri quattro reporter massacrati
Mahmoud Hassib Al-Kassab, caporedattore del settimanale 'Al-Hawadith', è stato ucciso il 28 maggio a colpi di arma da fuoco davanti al suo domicilio nella città di Kirkouk (250 km a nord di Baghdad). Il giornalista militava anche nell'Inkad Al-Tourkman, movimento di salvaguarda dell'etnia turcomanna. Lo stesso giornalista era rimasto ferito uu mese e mezzo prima in un tentativo di omicidio. Due giorni prima nella stessa città era stato rinvenuto il corpo di Aidan Abdallah Al-Jamiji, responsabile della sezione in lingua turkmena della televisione di Kirkouk e musicista famoso. Ad Amariyah, vicino a Fallujah, uomini armati si sono introdotti, il 29 maggio, mell'abitazione di Abdel-Rahmane Al-Issaoui, 34 anni, collaboratore di molti media e insegnante di giornalismo all'università di Baghdad e hanno perpetrato una strage. Il giornalista e sette familiari della sua famiglia (moglie, figlio, padre, madre e altri tre familiari) sono stati uccisi. Il 30 maggio davanti a un hotel della città di Amara (365 a sud della capitale) tre uomini armati a bordo di una camionetta hanno sparato su un gruppo di giornalisti che partecipavano a una conferenza. Nizar Al-Radhi, 38 anni, dell'agenzia di stampa federale indipendente Aswat Al-Irak (Le voci dell’Iraq) e corrispondente dal 2006 di Radio Free Iraq, muore sul colpo. Altri suoi colleghi sono rimasti feriti. Salgono a 30 gli operatori dei media uccisi nel paese dall'inizio del 2007
Alan in video: "Sto bene"

Dopo un lungo silenzio è stato diffuso un video di Alan Johnston, il reporter della Bbc rapito a Gaza lo scorso 12 marzo. Il video è stato diffuso dal gruppo «Esercito dell'Islam». «Prima di tutto, i miei sequestratori mi trattano molto bene», assicura il giornalista scozzese nel filmato, realizzato da un gruppo estremistico auto-proclamatosi Esercito dell'Islam, lo stesso che ne aveva rivendicato la cattura. Per il rilascio dell'ostaggio, nella registrazione i rapitori rinnovano alle autorità di Londra la richiesta di scarcerare i musulmani detenuti nel Regno Unito, e in particolare il religioso fondamentalista Abu Qatada. Video
Filippine, ucciso fotoreporter
Dodie Nunez, fotoreporter che lavorava per il giornale regionale 'Katapat' è stato ucciso mentre stava tornando a casa in autobus nella provincia di Cavite (sud di Manila). Tre uomini hanno fermato il bus e hanno assassinato Nunez sparandogli ripetutamente. L'omicidio è legato alla appena conclusa campagna elettorale che ha visto candidato anche il direttore del giornale, che aveva pubblicato feroci critiche che denunciavano la corruzione dell'attuale governatore della provincia. Nel novembre 2005 un altro giornalista di 'Katapat', Roberto Ramos, era stato ucciso da killer rimasti, al solito, sconosciuti.
Subscribe to:
Posts (Atom)

